Storytelling: essere soli

 “Qualcosa che è tuo per sempre,
non è mai prezioso”
Chaim Potok

 

Sembra che, attraverso le fasi che ogni uomo (e in particolare ogni psichiatra e ogni paziente) deve percorrere, vi sia una sorta di progresso della consapevolezza e percorrendo queste fasi certe persone vanno più in là di altre. Si comincia dando al paziente identificato la colpa delle sue idiosincrasie e dei suoi sintomi. Poi si scopre che questi sintomi sono una risposta a, o un effetto di, ciò che gli altri gli hanno fatto; e la colpa passa dal paziente identificato alla figura eziologica (colei o colui che ha contribuito a causare il sintomo). Poi magari si scopre che queste figure provano rimorso per il dolore che hanno causato e ci si rende conto che quando esprimono questo rimorso si identificano con Dio: infatti prima non sapevano quello che facevano e, a posteriori, esprimere rimorso per i propri atti equivale a rivendicare l’onniscienza. A questo punto si prova una collera più generale: ciò che capita alle persone non dovrebbe capitare nemmeno a un cane e ciò che si fanno le persone gli animali inferiori non saprebbero neppure immaginarlo. Dopo questo c’è, credo, una fase che posso solo immaginare confusamente, in cui pessimismo e collera sono sostituiti da qualcos’altro, forse l’umiltà. E da questa fase in poi, in tutte le altre fasi che ci possono essere, c’è la solitudine.” G.Bateson (corsivi miei)

Così Gregory Bateson, parlando del lavoro con pazienti gravi e con le loro famiglie e dell’uso del linguaggio e della psicoanalista Frieda Fromm-Reichmann e della nascita dei sintomi psichiatrici all’interno dei gruppi e…

Bateson non parlava mai di un unico argomento e, leggendo certi suoi saggi, ci si rende conto di come l’idea di struttura che connette fosse in lui così connaturata da rendere il passaggio da un contesto ad un altro e il collegamento fra campi del sapere apparentemente molto distanti, una prassi e uno strumento per allargare il discorso e per rincorrere sempre il nesso, il collegamento, la relazione.

Parla, in questo stralcio, di quanto le interpretazioni e lo storytelling che psichiatri e pazienti possono fare quando osservano la sofferenza e la “malattia mentale” sia parte integrante della malattia: quando descriviamo attribuiamo cause e effetti, colpe e responsabilità, motivi e moventi. E, facendolo, tracciamo dei confini e imponiamo una cornice che, stringendo il quadro che dipingiamo entro certi limiti, ne determina i contorni rendendolo più o meno largo, più o meno comprensivo di altre variabili che possono modificare la visione.

Ogni racconto fa questo: ogni descrizione contiene una Diagnosi perché è questo che “diagnosi” significa, Dia: attraverso, per mezzo di… e Gnosis: conoscenza… qualcosa che dico perché ho conosciuto o presunto di conoscere ciò che mi sta di fronte, applicando dei criteri che me lo spiegano, me lo rendono intellegibile.

Si può dare la colpa al paziente, si può darla al padre o alla madre, si può darla alla cultura o alla natura, al mondo o a Dio o al diavolo. Si può cercare di essere, come esemplifica Bateson, onniscienti e si può scandagliare la mente o il cervello con ogni mezzo dall’intervista psicologica, all’esorcismo, alla vivisezione.

Questa strada non viene percorsa solo dagli psichiatri o dai medici. Tutti noi, nelle interazioni di ogni giorno, raccontiamo una storia che dà al mondo certi contorni. Facendolo la popoliamo, a seconda delle interpretazioni più o meno consapevoli che facciamo, di vittime e di carnefici, di santi di eroi, di malfattori, di pazienti e di… tutto.

Credo che le fasi di consapevolezza di cui parla Bateson possano essere uno spunto per riflettere su quanto la nostra visione può ampliarsi: in fondo alla scala c’è il modo di pensare più primitivo: “stai o sto così, mi sento in questo modo e faccio questa vita perché ho sbagliato, sono colpevole, inadeguato, ecc.”; salendo ci si imbatte in varie ipotesi esterne, più o meno intelligenti e fantasiose: “è la famiglia, il sistema, il mondo, che l’ha ridotto così… la presenza o l’assenza del padre, l’immersione in un contesto alienante, gli errori dei maestri, la tecnologia, internet… hanno ‘fatto ammalare’, creato i sintomi”; in cima alla scala i gradini sfumano e c’è una sorta di distacco, qualcosa di molto simile alla solitudine del narratore: “ non so nemmeno io cosa succede a questo personaggio, lo seguo seguendo le sue vicissitudini e quelle di chi gli sta intorno, so di poter contribuire un po’ alla trama della sua vita, forse diventeremo insieme consapevoli di dov’è, dove sta andando, come e a chi sta raccontando la sua vita,le sue gioie, i suoi dolori”.

Poco importa se il personaggio è esterno o interno, se il racconto è scritto in prima o in terza persona. Se si permette alla cornice di allargarsi ci si accorge che solo lasciando andare le interpretazioni affrettate ci si può avvicinare alla persona che vive, si può acquietare la smania della mente che cataloga e spiega, che valuta e che misura e si può cogliere, dietro ai giudizi e alle definizioni, qualcosa dell’Altro: chi sta dall’altra parte; noi stessi, a volte, spogliati dai manierismi e dal bisogno di compiacere, di sembrare belli o brillanti o intelligenti.
Più soli e più in contatto.

Clessidra

 

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