Veleni della mente

Facemmo esperienza,
ma ci sfuggì il significato e avvicinarci
al significato, restituisce l’esperienza
in forma diversa”

T.S. Eliot

Nel suo ultimo libro “L’amore, la sfida, il destino” Eugenio Scalfari, parlando del giudizio e dei modi con cui è possibile metter ordine nelle “classifiche che ognuno di noi stila” degli altri essere umani, dice: “Ci sono molti modi per classificare la nostra specie e ognuno adotta il modo che più gli è congeniale: i ricchi e i poveri, i colti e gli ignoranti, i bassi e gli alti, i furbi e i gonzi e così via. Credo che la classificazione che meglio chiarisce la nostra identità – o per lo meno quella che a me più interessa – sia tra consapevoli e inconsapevoli, tra coloro che conoscono le conseguenze di quanto decidono di fare e quelli che neppure si pongono questo problema o comunque sono indifferenti o incapaci di risolverlo. I consapevoli sanno di star giocando la partita della vita, gli inconsapevoli la giocano anch’essi perché sono anch’essi alle prese con istinti, pulsioni, passioni, sentimenti, ma non lo sanno; sono schiacciati sul presente, conoscono poco o per nulla il loro passato e lasciano che il futuro gli piombi addosso.”

Senza consapevolezza, gli istinti, le passioni e le pulsioni, i sentimenti e gli affetti, non sono che forze che trascinano: può darsi che aumentino la sopravvivenza dell’individuo che da esse è trasportato, può essere che anche chi gli sta vicino, i suoi cari e, in generale chi ha a che fare con lui, beneficino della tensione che da queste forze si sprigiona; ma può anche darsi che, come un torrente in piena, queste spinte determinino la sua vita e travolgano quella degli altri senza che la sua coscienza intervenga a modificare il corso di quanto gli succede.

Essere consapevole è ciò che, davvero, può fare la differenza fra l’agire e l’essere agiti: fra la possibilità di determinare qualcosa del proprio destino, programmando almeno una parte del viaggio che ognuno di noi percorre, o il semplice essere, come diceva Heidegger, gettati nel mondo.

E sono sicuro che Scalfari, parlando di questa suddivisione, non intendesse certo tracciare una linea netta che mette da una parte chi è consapevole e dall’altra chi non lo è. Classificare è un modo per distinguere e per guardare nel mucchio cominciando a stabilire delle differenze e le differenze sono il primo atto epistemologico: il primo passo verso una maggiore consapevolezza: distinguo me dal mondo, ciò che può darmi piacere da ciò che mi procura dolore (commestibile/non commestibile, amico/nemico, familiare/estraneo, ecc.) e… così via, fino alle distinzioni più sottili e “filosofiche”, quelle che si interrogano sui valori e sulle regole stesse con cui si tracciano i confini e si determinano le differenze.

Classificazioni grossolane funzionano in ambienti molto semplici, con oggetti stabilizzati e dai contorni precisi e in situazioni con uno sfondo nitido. Quando si parla di esseri umani queste condizioni svaniscono immediatamente e diventa difficile stabilire, ad esempio, chi è colpevole e chi non lo è, chi è responsabile, chi determina cosa.

Il criterio “consapevolezza” va visto, quindi, più come una funzione che come una costante. Si tratta cioè di chiedersi non tanto chi è o non è consapevole quanto chi lavora attivamente per creare consapevolezza, chi propugna un aumento della capacità di discernimento, chi può “insegnare la consapevolezza”?

Sono domande impegnative ma credo che rappresentino un primo baluardo contro l’errore epistemologico di classificare eventi che avvengono in un mondo complesso utilizzando criteri che vanno bene in contesti molto semplici.

Nella mia professione, nella clinica, in particolare e soprattutto nel processo diagnostico (di classificazione, appunto) , quando si forza una persona dentro una categoria che la definisce in base a dei criteri che stabiliscono “di che cosa soffre”, una delle domande fondamentali che il professionista deve porsi è: “Quanto questo paziente è consapevole del proprio disturbo? Quale è il suo insight sul suo stato mentale? Quanto riesce a differenziarsi rispetto ai sintomi di cui soffre?”

L’insight può essere definito come la capacità di guardarsi dentro e di scorgere il proprio mondo interiore ma anche come la facoltà di cogliere variazioni nella relazione e, quindi, di rispondere, in un dialogo, non semplicemente reagendo ma tenendo conto del mondo interno dell’altro.

Questo lo rende uno degli ingredienti fondamentali della consapevolezza oltre che uno dei parametri cruciali per determinare la possibile guarigione del paziente. Se una persona sa di essere stata preda, in un certo momento, di un delirio, è in una posizione molto diversa da chi insiste nella propria convinzione delirante e se un paziente comincia a riconosce che certi suoi processi mentali, certi stili di pensiero o certe risposte automatiche, contribuiscono ai suoi sintomi, è a buon punto sulla strada che porta al cambiamento.

L’insight è uno degli antidoti a quello che nella filosofia buddista è definito il peggiore dei veleni della mente: l’ignoranza, l’inconsapevolezza di ciò che avviene nella psiche e nella relazione, l’illusione di essere vissuti dagli eventi e di dover rispondere in base alla propria natura come lo scorpione della storiella.

Gli altri due veleni : l’avversione– la collera non ragionata verso un oggetto che di colpo detestiamo e la brama- il desiderio smodato di possedere e di non-poter-lasciare-andare, non sono che corollari del veleno fondamentale. E’ la mancanza di consapevolezza, infatti, a rendere ingestibile la rabbia e incontrollabile il desiderio.

E’ l’incapacità di porci domande su cosa stia succedendo dentro di noi e in base a quali eventi interni stiamo rispondendo al mondo, che uccide l’insight e lavora contro alla consapevolezza, lasciando che le risposte automatiche dell’avversione e della brama guidino il nostro comportamento e determino il nostro umore di fondo.

Sia il desiderio che la collera sono motori fondamentali del comportamento: senza desiderio non ci muoveremmo verso gli oggetti e resteremmo chiusi in un autismo mortale, senza avversione non ci distaccheremmo da niente e sprofonderemmo nell’indistinto. Ma senza consapevolezza, senza la capacità di essere coscienti di queste forze, saremmo come guidatori ciechi al volante di veicoli senza sistema di guida.

Dice ancora Scalfari: “Io sono uno di quelli che non hanno mai tentato di escludere la mente dal circuito della loro vita, ma andando avanti nell’esperienza mi sono accorto che la maggior parte delle persone ha messo la mente da parte e vive di emozioni, che poi faticosamente cerca di razionalizzare a fatti già avvenuti e a decisioni già prese.”

Nessuno di noi (nemmeno Scalfari) può completamente chiamarsi fuori da questa “maggioranza”, naturalmente. Ma possiamo continuare nel processo della consapevolezza. Possiamo continuare a compiere passi che ci avvicinino al significato e a porci domande che aumentino l’insight.

Possiamo chiederci non tanto chi è in grado di darci le risposte che cerchiamo quanto chi sta ponendo le domande giuste: quali domande dobbiamo continuamente porci, quali interrogativi non escludono la mente? Quali la rendono più saggia?

Tre veleni

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2 risposte a Veleni della mente

  1. daniela ha detto:

    Questo saggio mi è piaciuto tantissimo condivido tutto Grazie Daniela

  2. Luisa ha detto:

    Questo saggio (come tutti gli altri) lo leggo, lo rileggo, lo penso, lo rifletto, lo sottolineo; in molti passaggi trovo qualcosa di familiare e sorrido! Grazie di questa empatia che ne scaturisce e che riconcilia lo spirito. Luisa

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