Affinità e conflitto: inventarsi

La mente che generalizza sempre si preclude
quelle esperienze che le consentirebbero
di vedere e di sentire in profondità”
W.B.Yeats

Per la sopravvivenza e la sanità mentale degli individui la superiorità in ultima istanza della realtà effettuale sull’immaginario va mantenuta, ma deve essere sapientemente temperata e bilanciata dal principio di irrealtà, dall’apertura all’alterità e ai possibili che contribuiscono peraltro alla definizione e all’interpretazione della ‘realtà stessa’. La salvezza non consiste pertanto nel rifiutare l’esperienza dell’irrealtà, nel cercare di immunizzarsi nei confronti della fantasia e del desiderio. Se è permessa una similitudine, l’ideale sarebbe semmai – come in un pianoforte – quello di poter suonare con la destra, in chiave di violino, la tastiera della fantasia, più lieve e inventiva e, con la sinistra, in chiave di basso, quella della realtà, più grave e continua, che rappresenta il richiamo alla serietà dei condizionamenti.”

Così scrive il filosofo Remo Bodei nel suo ultimo libro Immaginare altre vite, un insieme di saggi sull’identità, sull’immaginazione e sull’illusione di un “unico sé reale”.

La Realtà dura e l’Immaginazione sono qui come due facce della stessa medaglia con i loro pro e i loro contro e con le patologie connesse all’eccesso di una o dell’altra tendenza. Dal cupo realista all’idealista svampito, insomma; dal razionalista chiuso nella propria visione geometrica del mondo al sognatore che si dimentica del quotidiano e si perde in sterili fantasie. Ma anche, in termini più psichiatrici, dal Narcisista che fa della fattualità la propria invalicabile difesa allo schizofrenico che si “svapora” nelle allucinazioni.

E la via di mezzo, l’equilibrio fra le due tendenze, non è, naturalmente, una semplice mediocrità: un essere un po’ fantasiosi e un po’ realisti, un po’ con la testa fra le nuvole e un po’ con i piedi per terra.

La riflessione per essere efficace deve andare oltre ai mezzucci e ai suggerimenti su “come fare per”. Occorre interrogarsi, credo, su quale sia il confine: com’è che, ad un certo punto, abbiamo messo la realtà da una parte e il mondo del sogno e della fantasia dall’altra? In che momento capita di passare da ciò che vorremmo a “ciò che è”? Quanto il desiderio modifica la realtà? Quanti desideri inseriti o creati ad arte stanno lì, nello sfondo, modificando la nostra percezione di cosa è reale?…

Per chi come me si occupa di Ipnosi e di stati modificati di coscienza queste sono domande cruciali che riguardano, oltre alla prassi clinica, anche gli aspetti etici della professione. Ai pazienti che mi chiedono se “non c’è il rischio che l’ipnosi li porti fuori dalla realtà conducendoli in un mondo illusorio, distante dal reale” rispondo in genere con una famosa frase di Erickson: “niente è ipnosi, tutto è ipnosi”… uno scherzo, ovviamente, un modo ericksoniano per far pensare a quanto siamo già ipnotizzati: quanto la cosiddetta realtà andrebbe presa con le pinze; quanto, quando entriamo in uno stato non ordinario di coscienza, stiamo allontanandoci o avvicinandoci alla “realtà”.

Non c’è risposta, naturalmente: non sappiamo cosa sia la realtà e, da Nietzsche in poi, anche la Verità, insieme a Dio, sembra sfuggire ancora più inesorabilmente alla nostra presa.

E se, come diceva Nietzsche, la verità non è che interpretazione, dobbiamo chiederci: come sto leggendo il mondo? Da quale angolo parto, questa volta, per guardarlo? Vedo così perché sto guardando… da dove?

Bisogna pensare prima di rispondere: pensare a lungo perché la risposta non può e non deve essere banale: se la verità è un’interpretazione e se la realtà è inventata dal punto di vista da cui guardiamo, non si può risolvere il problema senza chiedersi, almeno, chi lo sta creando: chi è l’autore, esplicito o implicito, sotto quale suggestione/ipnosi sta costruendo la realtà che, poi, osserva; che storie si sta raccontando? Cosa vede dall’angolo in cui si è trovato?

Sentite questo inizio di realtà tratto da una storia antichissima citata da Hillman in Politica della bellezza: “Il primo grande compito degli Dei fu quello di sconfiggere i Titani e di cacciarli nel Tartaro, dove sarebbero stati tenuti lontani per sempre dalla terra dell’uomo. Poi Zeus, dopo aver sconfitto i titani, sposò Metis (saggezza o misura); si unì a Temis (che gli dette le Ore, Ordine, giustizia, Pace e i Fati); a Eurinome da cui vennero le Grazie; a Mnemosine; la memoria, da cui vennero le Muse; e a Leto da cui vennero Apollo e Artemide. Questi principi e queste forze archetipiche vengono al mondo soltanto quando è sicuro che il titanismo sia tenuto a bada. L’immaginazione civilizzata, l’immaginazione dell’ordine civico, ha inizio solo quando l’eccesso è circoscritto.” (Hillman 1989. Corsivi miei).

Cosa intendeva/rappresentava Esiodo nella Titanomachia: la sconfitta dei Titani da parte degli dei? Cosa intende Hillman quando cita questo inizio di storia e lo collega alla nostra psiche moderna, così “distante” dai miti greci? Chi sono i Titani?

I Titani sono l’enorme e l’indistinto: ciò che “non è riflesso e pensato” ciò che, libero, fuori dal recinto della ragione (il sonno della ragione genera mostri), deve essere sconfitto perché il recinto di psiche possa essere creato; sono il caos-non-pensato, ciò che è stato tolto per creare la Realtà così come la conosciamo e ciò-che-sempre-preme-sui-confini e di cui ci dobbiamo occupare ogni volta che raccontiamo una storia: il lupo di cappuccetto rosso, i giganti, i demoni, i mostri contro cui ogni eroe ha combattuto imitando gli dei che, per primi, hanno ingaggiato la battaglia.

Riflettere, meta-pensare, pensare a come pensiamo e a cosa stiamo pensando è l’antidoto contro i Titani e contro le loro incarnazioni terrene: i dittatori e i loro sgherri, quella pletora di inconsapevoli “soldati” che, attenendosi, smette di riflettere (ognuno di noi quando abdichiamo a favore dell’agire non pensando).

Questo è il conflitto: padre di tutte le cose per come-le-conosciamo-noi: riflettere-nonostante, non cadere nella trappola dell’affinità: non-aderire-necessariamente (non necessariamente aderire: la regola principe per mantenere l’autonomia e per continuare a pensare).

Così, con questo scontro, le cose per come le conosciamo, hanno inizio e, a seguire i greci, che a modo loro la sapevano lunga… Zeus si unisce a Misura e a Memoria ecc. ecc.: si crea una mente che, se usata, è un dispositivo per pensare e per raffinare il pensiero. Saper cambiare al cambiare delle cose . Adeguarsi a volte e controbattere altre ma, sempre, lavorare per essere consapevoli.

Mnemosine e le Muse, le arti quindi, e le Grazie, la capacità di lavorare per il bello oltre che per il giusto (e non “lavorare e basta”) e la capacità di raccontarsi dando un senso… niente di questo sarebbe possibile se non con e dopo la sconfitta dei titani, di quella forza bruta, cioè, che spinge verso l’indistinto e che, non separando, crea ipertrofie: crescite brutte e smisurate, istinti senza testa, volontà di potenza senza compassione, sintomi senza senso come il panico e l’alienazione.

Dice ancora Hillman: “Come mai e in che modo Zeus diventò il primo fra i suoi fratelli e le sue sorelle? Perché proprio Zeus? E perché proprio Zeus per salvare il mondo dai Titani? Io credo che non fu né per la sua forza, né per i suoi fulmini, né per la scaltrezza, né per la legge o per l’ordine ma per la sua ampia immaginazione. Pensiamo alla sua dozzina e passa di accoppiamenti e alla sua prole – Apollo, Ermes, Ercole, Perseo, Artemide, Atena e altri ancora – evidentemente era in grado di immaginare queste possibilità esistenziali e altre ancora, questi stili di coscienza. La gamma della sua fantasia era comprensiva, vasta, generosa e differenziata… L’enormità titanica può essere racchiusa e contenuta soltanto da una capacità altrettanto grande di produrre immagini”.

Si vede così bene in psicoterapia: man mano che un paziente migliora nella capacità di produrre immagini/storie/libere associazioni/altre versioni di sé; più aumenta la sua fantasia, più diminuiscono i suoi sintomi nevrotici. Non smette di soffrire, naturalmente, ma si libera della sofferenza insensata: imparando ad aggiungere senso contiene, insieme ai titani, quell’eccesso di “forza” che, lasciata libera, produceva caos e disarmonia.

Ci inventiamo ogni volta e dobbiamo saperlo, dobbiamo tenerlo presente, tenere alta la guardia intanto che raccontiamo e ci descriviamo. Gli stili di coscienza di cui parla Hillman sono una chiave per pensare e per continuare a pensare anche dove il pensiero esita.

(to be continued) 

 La caduta dei Giganti

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