Sulla comunicazione: il buon uso dell’energia

“Dialogo = vedersi attraverso gli occhi di un altro”
Heinz von Foerster

In un post di qualche tempo fa, parlando di rapporto e di relazione sostenevo che: “Prima dell’amore per la chiarezza e prima del desiderio di esprimere la propria opinione o di contrastare quella di altri, viene questo istinto di relazione che ci spinge a prenderci cura del rapporto che grazie alla comunicazione siamo in grado di creare.”

La creazione di un rapport: una relazione significativa basata sull’empatia, sulla comprensione e sulla cura della comunicazione, si basa in parte sui concetti che possiamo esprimere e che, grazie al linguaggio, siamo in grado di fare arrivare all’altro ma, anche e soprattutto, sulla qualità della “punteggiatura” che nell’esprimerci adottiamo.

Punteggiare un discorso è dare una tonalità emotiva a ciò che stiamo dicendo.

Riusciamo a modulare il tono della nostra voce, a cambiare la nostra postura e il modo che abbiamo di occupare lo spazio che ci circonda; possiamo decidere se sembrare aggressivi, irremovibili, concilianti, disponibili, tranquillizzanti, famigliari o perturbanti, distanti e indifferenti o vicini e accoglienti.

Possiamo decidere di stare attenti al nostro stile e, a volte, lo facciamo modificando anche solo un po’ l’approccio e l’attenzione.

Ma ci sono volte in cui possiamo deciderlo e non lo facciamo perché la nostra posizione è rigida: qualcosa sembra imporci un tono, un modo di fare, un bisogno di avere ragione o di stabilire, all’interno di quel singolo scambio, chi sta avendo la meglio, chi sta dominando chi è più potente.

Ancora oggi, dopo anni di attenzione agli effetti del mio modo di comunicare, mi ritrovo in certi frangenti a lasciarmi trasportare da un desiderio di potenza che rende rozza la mia cura e indisponente e inutilmente irritante la forma del mio esprimere.
Quando capita me ne accorgo perché un sintomo comincia a farsi sentire: mi irrigidisco e vorrei andarmene (scappare, scomparire, nascondermi) stabilendo, così, anche in termini spaziali, la solitudine che sperimento.

E’ come se l’altro, che spesso è una persona a cui voglio bene, svanisse o diventasse di colpo un oggetto, qualcosa di inanimato e ingombrante che non riesco a smuovere e che, per un po’, considero incapace di comprendere e di ascoltare.
Con il tempo ho imparato a sciogliere questa corazza e a ristabilire velocemente la vicinanza e l’empatia.
E con molti pazienti mi capita di insistere su questa capacità di ricreare il flusso della relazione e sulla consapevolezza del dolore connesso all’irrigidimento e all’ostinata caparbietà con cui capita di tenere posizioni che raramente vale la pena di tenere.

Nel suo libro “Pragmatica della comunicazione umana” Paul Watzlawick dimostra chiaramente come ogni comunicazione contenga in sé almeno due moduli: quello analogico e quello numerico, il primo corrisponde alla punteggiatura ed è di natura prettamente non verbale, il secondo è “fatto di parole” che, come i numeri, contengono in sé una precisa sintassi logica.
Inoltre ogni comunicazione “… ha in sé un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione in modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione“.

Tutto ciò che avviene in analisi è comunicazione e ogni interpretazione del terapeuta deve tener conto del contenuto verbale di ciò che lui e il paziente dicono, sia del contenuto non verbale che, ogni volta, specifica e determina la relazione fra i due e fra ciò che essi dicono.

Nella vita di tutti i giorni le cose non funzionano diversamente, sono solo un po’ più sfumate, un po’ meno rituali. Ma il fatto che non venga stabilito a priori che “uno è quello che ascolta ed interpreta e l’altro quello che parla di sé, racconta e si sfoga” non ci esime affatto dal prenderci cura del flusso di energia che determina la qualità di ciò che stiamo dicendo.

E siccome gran parte dell’uso del modulo analogico, gran parte della modulazione affettiva di ciò che viene comunicato è svolta dall’inconscio, occorre stare attenti alla cosa di cui l’inconscio si occupa di più: il nostro corpo, il suo sentire, il suo essere come un’antenna che si rende conto delle sfumature, dei particolari, della punteggiatura.

Talvolta basta togliere una contrattura per percepire diversamente, basta lasciare andare uno stato di attivazione che dice al corpo “difenditi/stai sulle tue/non mollare” per accorgersi di quanto chi sta di fronte a noi non sia affatto un nemico o di quanto, non appena noi abbassiamo la difesa, anche lui/lei cominci a sciogliersi e ad aprirsi.

Immaginate un canto! Anzi immaginate, prima, che le parole vengano “lasciate da sole”, come un testo letto da un computer, senza tonalità, senza intonazione, espressione e volontà.
Immaginate poi un verso qualcosa che potrebbe suonare come un lamento o come un grido o un suono che accompagna e che trasporta le parole colorandole e riempiendole di una sovrabbondanza di significato: qualcosa che non aggiunge niente alla parola in sé ma che la collega a tutto il resto come una nota che, insieme alle altre, va a comporre il senso emotivo e relazionale di ciò che scorre fra…

In ogni comunicazione, anche nella più apparentemente insignificante ognuno di noi sta cantando un pezzo di relazione.
Lo abbiamo imparato da bambini e continuiamo a farlo, spesso inconsapevolmente, spesso con poca attenzione o lasciando che qualcosa interferisca con la nostra capacità di intonare con cura ciò che stiamo dicendo o con l’abilità di ascoltare con attenzione ciò che qualcuno manda verso di noi.

Di quanto queste interferenze tolgono anima alla relazione ho parlato e parlerò diffusamente nei prossimi saggi. Vi lascio per ora con un breve esempio di come suona una “comunicazione” privata dell’analogico o modulata da uno che l’analogico lo sa usare bene.

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