Pelle psichica II Parte

“Dire che c’è un “io” non risponde a verità.
Dire che non c’è un “io” non risponde a verità.
Allora che cosa risponde a verità?”
Ajahn Chah

Dopo l’ultimo post (Pelle psichica I Parte) ho ricevuto alcuni commenti e obiezioni che mi spingono a scrivere questa seconda parte tenendo conto di ciò che è risultato oscuro o ostico a quelli che me ne hanno parlato.

Questo post sarà quindi, più che la continuazione che avevo previsto, una digressione e un’amplificazione di alcuni temi che ho toccato la volta scorsa.
E’ una variazione sul tema e un modo di procedere a cui, in quanto sostenitore della teoria Bioniana secondo la quale un terapeuta non deve porsi verso il paziente con un piano prestabilito ma con l’apertura necessaria a cogliere ciò che l’altro porta, sono abituato.
Seguendo il consiglio di J.Martin la domanda che mi pongo prima di una seduta è “Chi sono questa volta?”.
Questo mi permette di ascoltare, di sentire e di rivolgere la mia trance prima sul paziente e, poi, su di me.

E’ un modo per sintonizzarsi e per vedere innanzitutto la maschera che l’altro porta.
E quando parlo di “maschera” (comincio così a rispondere ad una delle prime obiezioni) non mi riferisco affatto a qualcosa che ha a che fare con la simulazione o con la menzogna.
Solo in certi casi nascondiamo volutamente il nostro vero volto.
Molto più spesso, maschera è ciò che ci rimane addosso, ciò che determina il nostro umore, ciò che non riusciamo a togliere; la tristezza è, a volte, una maschera, così come lo sono certi “sorrisi stampati” di quando abbiamo dovuto fare buon viso a cattivo gioco o certe “facce” che ci restano attaccate dopo aver ingoiato un rospo o dopo aver dovuto nascondere un sentimento per proteggere un altro, per non tediarlo con i nostri lamenti, non opprimerlo con le nostre domande, non imbarazzarlo con il nostro desiderio.

Le maschere rimangono addosso e sono vane nel senso etimologico del termine: effimere e atte a coprire per un po’ ma prive di consistenza, lontane dal “vero sé”, eppure potenti, appiccicose, tenaci.

Vanità (la seconda obiezione a cui rispondo) non è, nel senso in cui ne parlo, semplice pretesa di essere ma qualcosa che indossiamo automaticamente: quello che Winnicott ha definito Falso Sé: una sorta di involucro che abbiamo dovuto mettere per compiacere gli altri, per essere adatti e perché, se fossimo rimasti spontanei, ingenui e innocenti come dei bambini, non avremmo potuto sopravvivere in questo mondo.
A tutti noi è stato chiesto, in modi più o meno delicati, di conformarci, di piacere agli altri, di diventare dei bravi bambini o dei piccoli adulti.
Abbiamo indossato tutto questo. E non è necessariamente un vestito negativo.

Solo se credessimo nel mito del Buon Selvaggio che, seguendo i suoi istinti e la sua natura naturalmente buona , vive o vivrebbe una vita felice, potremmo pensare ad un tipo che si adatta al mondo applicando istintivamente una strategia alla Forrest Gump: dire sempre la “verità”, essere disponibile, aspettarsi solo quello che succede ( la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita).

Un tipo così va bene in un film ma anche un bambino sa che sopravviverebbe solo per qualche ora nel mondo reale.

Il Falso Sé è una sorta di corazza, qualcosa che ci protegge e a volte ci soffoca, una pelle che non avremmo potuto non metterci ma da cui sappiamo di doverci liberare almeno un po’ se vogliamo far respirare la nostra vera natura.
Cosa poi sia questa vera natura è una domanda a cui non comincio nemmeno a rispondere.

Quel che so perché lo vedo ogni giorno nella pratica clinica è che dopo il sollievo di aver tolto per un po’ la maschera ognuno di noi è consapevole di doverne mettere un’altra per affrontare altre situazioni, sostenere altri ruoli, cavarsela in altre sfide.
So anche di non poter consigliare ad un paziente di non farlo e di andarsene in giro spogliato da ogni maschera. Sarebbe come chiedergli di rivivere uno degli incubi più diffusi, quello in cui si sogna di essere nudi e disarmati in un mondo di persone vestite e protette.

Possiamo chiederci cosa c’è sotto; possiamo sfogliare man mano gli strati della nostra “vanità”, sperimentare il sollievo che si prova quando ci si libera da certe sovrastrutture e tener presente l’angoscia dell’assenza di coperture e la pulsione a nasconderci dietro qualcos’altro. Diventarne consapevoli, di questo gioco dei ruoli e delle “persone” che compongono il nostro esserci nel mondo.

Una paziente mi ha detto che, secondo lei, la pelle dell’anima non è la vanità ma l’umanità di cui siamo portatori. E’ una bella definizione che, ovviamente, apre la strada ad un sacco di altre domande: Cosa è “umano”? Quanta vanità c’è nella nostra umanità? Perché “umanità” ci sembra bello e “vanità” brutto?

La pelle copre e nasconde ma, allo stesso tempo, mette in comunicazione e permette il contatto. La stessa cosa sembrano fare certe vane maschere che indossiamo. E’ importante che non diventino troppo spesse, vanno osservate nella loro impermanenza e indossate con grande attenzione.
Credo che alcune vadano smesse, abbandonate, rinnegate; altre sono utili, necessarie, potenti. Dovremmo imparare a riconoscerle e a distinguerle.

Maschere

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