Cosmesi: un’amplificazione

L’idea di questo articolo mi è venuta dopo aver assistito alla performance di Silvio Berlusconi alla trasmissione di Santoro il dieci gennaio scorso.

Berlusconi da SantoroÈ un’amplificazione nel senso Junghiano del termine: un insieme di link e di associazioni, di riferimenti mitologici, etimologici e clinici che hanno l’intento di espandere ed approfondire un argomento fornendo a chi legge o ascolta altri punti di vista su ciò di cui si sta parlando. Amplificare è non fermarsi sulla superficie e, allo stesso tempo, usare la superficie per comprendere più profondamente. Ciò che appare è parte integrante di ciò che “è”.
Le cose che arrivano ai nostri sensi ci influenzano al di là delle inferenze che possiamo fare su cosa sono realmente.

Lo sanno bene i pubblicitari, gli esperti di pubbliche relazioni e i vari “Spin doctors” che, in questa e in ogni altra campagna elettorale, si ingegnano per far sì che i loro clienti risultino per noi appetibili, affidabili, candidi e, di conseguenza, candidabili.
E siccome quello che vediamo, specie se lo vediamo molto spesso, tende a diventare familiare e siccome la familiarità incute sicurezza, ecco che la cosmesi, l’abbellimento e l’insieme di manovre che rende presentabile e gradevole un oggetto ai nostri occhi, diventa lo strumento preferito di questi “maestri dell’immagine e della comunicazione”.

La cosmesi è in un certo senso un gesto archetipico: il termine deriva dal greco Kosmesis “l’adornare” , a sua volta da Kosmos “ordine, ornamento, ciò che contiene in sé armonia”, e il verbo Kosmeo “io adorno” evoca l’azione di mettere in vista, far apparire bello e quindi appropriato, giusto, desiderabile.

La dea dell’antica Grecia che più si prestava a rappresentare, incarnandola, questa armonia e questa bellezza era sicuramente Afrodite/Venere, la madre della grazia mondana, del fascino e della seduzione. Nessuno poteva opporsi all’attrazione irresistibile che Venere era in grado di esercitare su uomini e donne, al suo apparire sia i mortali che gli dei non potevano fare altro che restare affascinati e mettersi a disposizione offrendo i propri servigi alla dea della bellezza.
Parlando in un suo saggio della “Giustizia di Afrodite”, Hillman dice: ” Le opinioni correnti ci dicono che Venere ha ben poco a che fare con la correttezza, con la distinzione fra ciò che è giusto o sbagliato. ‘In amore e in guerra tutto è permesso’ : tutti i sotterfugi e le azioni di spionaggio, gli inganni, le bugie piccole e grandi, le falsità che si accompagnano alla seduzione e le promesse che non si onoreranno, gli abbellimenti e le rassicurazioni che ci evitano di dire la nuda verità. Nella mente collettiva Venere appare come immorale se non amorale, priva di sensibilità etica – ossia priva di ogni nozione di giustizia. “

Non sembra la descrizione di quello che si vede in televisione in questi giorni? Questa assoluta apparente franchezza con cui si nega quello che si è detto fino al giorno prima, non evoca forse l’apparizione di un Nume che è in grado di affascinare chiunque e di renderlo smemorato e accondiscendente?
Così è la cosmesi: una negazione dei segni del tempo, una rimozione del passato perché quel che conta è la forza d’attrazione che può essere esercitata nel presente, il risultato che può essere ottenuto ora, con una sorta di incantesimo e con una forza che fa leva sul bello: il bello del discorso, dell’argomentare, del pro-mettere!

Per Afrodite tutto questo era molto semplice e non conflittuale: eternamente giovane e bella, perennemente presa dalla ricerca del proprio piacere, senza troppe considerazioni morali se non quelle che riguardavano la difesa della propria posizione o quella dei propri figli che erano, naturalmente, innumerevoli; non le restava che giocare la propria parte: come ogni altro dio della mitologia greca non aveva nessun bisogno di giustificare di fronte a nessuno il proprio comportamento. Poteva compiere crimini e nefandezze e i suoi gesti sarebbero forse stati contrastati da qualche altro dio o da qualche “umano tracotante”, ma era in ogni caso libera di esercitare la propria volontà e di farlo perseguendo quello che a noi umani sembra il suo scopo principale: il perseguimento del bello, del piacevole, dell’aggraziato.

Per gli antichi greci gli dei erano le rappresentazioni personificate di forze che sono sempre all’opera nell’inconscio. Oggi sono metafore e, a volte, sintomi: siamo ancora assaliti dagli istinti irrefrenabili di Pan, immobilizzati dalla nera depressione senile di Saturno, attanagliati dalla gelosia di Giunone e resi pazzi e maniacali dal desiderio di piacere a tutti i costi che ci assale quando diventiamo preda di Venere!

L’eccesso di un dio: il prevalere di una sola tendenza non bilanciata e temperata nell’inconscio porta, in noi esseri umani, ad un qualche tipo di squilibrio.
Sembra proprio che, diversamente dagli dei, a noi servano certi antidoti: non possiamo semplicemente seguire un istinto, lasciarci prendere da un impulso… o, meglio, possiamo ma dobbiamo essere consapevoli di un prezzo che gli dei non pagano e che noi umani dobbiamo invece, automaticamente metter in conto.

Senza antidoti e senza una disciplina che ci renda consapevoli dei nostri eccessi rischiamo di intossicarci di un’unica tendenza. E il troppo storpia. Anche l’eccesso di “una cosa buona” può fare molto male; anche “Amare senza riserve mentali è un lusso che si paga, si paga, si paga” (Cesare Pavese).

E cosa succede se si esagera con la cosmesi? Che ne è di chi decide di imitare un dio o una dea pur essendo mortale e, spesso, non più giovane?
Personalmente non sono particolarmente interessato a quel che potrebbe succedere a chi,  in un eccesso di tracotanza, decide di puntare tutto sul proprio fascino e di spostare masse e opinioni in direzione di un qualche poco probabile “futuro radioso”.
La storia è piena di operazioni di marketing che hanno rivitalizzato, con grandi interventi cosmetici, leader che avevano perso smalto. Dopo un po’ lo smalto scompare nuovamente.

Mi interessa invece l’effetto che la cosmesi esercita su ognuno di noi. Cosa siamo portati a credere? Quanti di noi vengono spostati non tanto nell’intenzione di voto alle prossime elezioni, quanto nel modo di leggere il mondo? Quando ci sentiamo convinti, cosa ci ha convinto? E’ stato qualcosa che brillava in superficie o qualcosa di più profondo? Un incantesimo o una lenta conversione?

Queste e altre domande sono già parte dell’antidoto; parte di una disciplina che, pur accettando che la superficie conta e che, come ebbe a dire Oscar Wilde “Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze”, impone a chi la adotta di guardare oltre e cogliere più in profondità, cercando l’essenza di un oggetto, di un discorso, di un’opinione…
A questo sguardo verso l’essenza sarà dedicato il prossimo saggio semiserio.
Questo si ferma qui, lasciando a voi le altre possibili domande su “cosa coprono i cosmetici, e cosa rivelano” e con l’ultima scena di Trainspotting in cui “il nostro eroe” sembra finalmente convertirsi a….

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