Sull’integrazione: apprendere dall’esperienza

“… quella capacità che un uomo possiede
se sa perseverare nelle incertezze, attraverso
i misteri e i dubbi, senza lasciarsi andare a una
agitata ricerca di fatti e ragioni”
John   Keats

Dicevo nell’ultimo post sull’integrazione che è la qualità dell’interesse e dell’apertura che una persona mette nell’interazione a determinare quanta energia e informazione scorreranno fra lui e l’oggetto con il quale sta avendo a che fare.
Come ebbe a dire Martin Heidegger, ogni essere umano non può che essere un’apertura sul mondo : siamo necessariamente e inevitabilmente in comunicazione e basta cercare di non pensare ad un elefante rosso per rendersi conto di quanto ogni tentativo di interrompere questa continua comunicazione fra noi e il mondo sia destinato a fallire.

Non possiamo interrompere il flusso: possiamo distrarci, concentrarci, stare svegli o addormentarci ma non possiamo smettere di esserci.
Il nostro stesso flusso di coscienza non è modificabile a volontà ed è sufficiente mettersi ad osservare per un po’ i propri pensieri per accorgersi di quanto il controllo non sia affatto assoluto: non possiamo avviare, cambiare e fermare a volontà i pensieri; possiamo, al massimo, dirigerli un po’, concentrare o disperdere l’attenzione, focalizzarci su una porzione di esperienza ed escluderne delle altre, modulare, in parte, l’energia che mettiamo nei gesti e nell’attenzione.

Sono le continue variazioni nella quantità di energia che mettiamo nelle azioni e nei pensieri a determinare la valenza affettiva di un’idea, di un atto o di un evento.
Considerate la differenza con cui trattate un argomento che vi sta a cuore rispetto ad un altro che valutate meno importante; sentite il trasporto che provate nei confronti di una persona che amate o che volete conquistare e notate quanto pesa per voi una relazione nella quale avete investito e che, per qualche motivo, sentite minacciata.

L’attribuzione di significato è, molto spesso, per noi esseri umani, un’attribuzione di affetto e di emozione: abbiamo imparato ad assegnare valori diversi a diversi legami e importanze che determinano quanto una cosa o una persona contino per noi.

Abbiamo appreso dall’esperienza a caricare affettivamente certi oggetti e a mantenerne neutri degli altri e questo lavoro interno che cambia i pesi e le misure con cui trattiamo cose e persone non è svolto da una sorta di contabile razionale che stabilisce chi o cosa vale o non vale ma da una modulazione dell’affettività che è portata aventi più dal cuore che dalla mente, più per una serie di simpatie e di valutazioni istintive che da un freddo calcolo analitico.

Grazie a questo continuo lavoro che da sempre modella le affinità e stabilisce le distanze affettive fra noi e… tutto il resto, abbiamo sviluppato delle mappe interne che stabiliscono dei confini e sanciscono le differenze fra l’io, il tu e il noi.

Ci hanno insegnato e abbiamo appreso a distinguere ciò che che è buono (commestibile, potabile, gustoso, amichevole, alleato, portatore di sopravvivenza) da ciò che è cattivo (indigesto, nocivo, disgustoso, ostile, nemico, portatore di dolore).
E abbiamo imparato tutto questo partendo da una serie di utili generalizzazioni : abbiamo osservato fin da bambini le espressioni di chi si prendeva cura di noi e abbiamo copiato il loro disgusto o la loro disponibilità, il loro protrarsi o il loro ritrarsi.
Abbiamo ascoltato certi ammonimenti e certi divieti e sfidato certi tabù prendendoci il rischio di provare di persona facendo esperienza della realtà che ci circondava.

Tutta questa conoscenza è come un bagaglio che ognuno di noi porta con sé e che, a partire dalle prime facili e indispensabili generalizzazioni del bambino, è diventato via via più complesso, articolato e integrato con una serie di altre conoscenze che, in modo più o meno esplicito, modellano i nostri gusti, le nostre convinzioni e le nostre affinità.
Insieme alla consapevolezza di cosa poteva essere o non essere ingerito, avvicinato e afferrato, abbiamo appreso anche un insieme di parametri che funzionano da soli e si comportano come un filtro che seleziona cosa entra o non entra cosa è desiderabile e cosa va evitato.

Questo “filtro” è come una barriera inconscia (nel senso che funziona anche senza l’intervento esplicito della coscienza) che si comporta in modo più o meno rigido differenziando continuamente ciò che è familiare da ciò che è estraneo e ciò che è comprensibile e integrabile con tutto il resto da ciò che non sono in grado di comprendere e che quindi rifiuto o “tengo in stand by”.
Il desiderio di comprendere veramente qualcosa o qualcuno e la volontà di grokkare fino in fondo una persona o un argomento possono funzionare come una continua revisione di questo filtro con cui delineiamo i confini fra l’Io, il Tu e il Noi.

Tante volte abbiamo deciso di intraprendere questa revisione: molti di noi l’hanno fatto nell’adolescenza quando ci è sembrato necessario mettere in discussione un po’ delle cose che ci erano state insegnate e trovare nuovi parametri con cui leggere la realtà; altri l’hanno fatto perché qualcosa ha spinto prepotentemente sulle loro mappe costringendoli ad una revisione che partiva da dei sintomi: qualcosa sfuggiva al controllo e la visione del mondo che, fino a quel momento, sembrava dare conto di tutto smetteva di funzionare e andava “aggiustata” e resa più flessibile.
Spesso è un dolore che ci spinge ad ammorbidire le convinzioni (i filtri) attraverso cui descriviamo il mondo.

Ci sono stati molti stadi della vita in cui ci è stata richiesta più flessibilità.
Ogni volta si è trattato di mettere in discussione ciò che già sapevamo e ripartire da un nuovo apprendimento dall’esperienza che portasse ad un’ integrazione di ordine più alto: un filtro più intelligente che comprendesse più variabili.
La revisione è una Re-visione: un vedere nuovamente usando un “filtro che agisce sul filtro” e applicando quello che Bion, prendendo a prestito un concetto già espresso da John Keats, definisce “Linguaggio dell’Effettività”.

” Il Linguaggio dell’ Effettività è parlato dall’uomo ( e, naturalmente, dalla donna ) capace di tollerare l’incertezza di non sapere e perciò capace di non precipitarsi a conclusioni premature per l’angoscia e la frustrazione di non conoscere la risposta a un problema”. (J.S.Grotstein).

Come dire che per continuare ad apprendere e, addirittura per continuare a fare esperienza bisogna accettare di essere “stranieri in terra straniera”, non ancora integrati, pronti a scoprire daccapo e a cambiare.

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