Il Perturbante

“E’ detto unheimlich tutto ciò che potrebbe
restare segreto, nascosto, e che invece
è affiorato”
F.W.Schelling

Nella letteratura psicoanalitica la parola Perturbante è  usata per tradurre il tedesco “Das Unheimliche” che letteralmente significa il non familiare o, meglio, ciò che era familiare e che di colpo è diventato in qualche modo estraneo o sinistro.

E’ un termine che Freud ha adoperato per indicare quello specifico stato d’animo di spaesamento che ci assale quando ci troviamo di fronte ad uno spostamento di significato: qualcosa che ritenevamo assodato e sotto controllo si rivela, invece, in grado di turbare il nostro equilibrio e la nostra interpretazione della realtà .

Di fronte al Perturbante ognuno di noi reagisce attivando delle difese che tentano di riportare la situazione ad uno stato in cui possiamo rilassarci: una sorta di normalità  senza emergenze che in tanti racconti corrisponde al lieto fine e al “e vissero felici e contenti”.
Sembra che il ” felici e contenti ” sia possibile solo dopo che un Perturbante è avvenuto ed è stato ricondotto alla normalità .
Un epilogo che corrisponde, in genere, al momento in cui gli eroi della rappresentazione mettono su famiglia e in cui lo spettatore dopo aver sofferto con loro può tornare alla sua solita vita.

E’ evidente che l’aspetto inquietante rappresentato dall’irruzione del diverso nella vita di ognuno di noi è associato al ritorno del rimosso : qualcosa che avevamo deciso di ignorare e di tenere fuori dallo scenario della nostra normalità irrompe con violenza nel quotidiano e rompe un equilibrio che, ora, va restaurato. In questo senso il Perturbante diventa non tanto l’estraneo quanto, appunto, il rimosso, ciò che era familiare ma che è stato nascosto e, improvvisamente, riaffiora, torna alla luce.

Rimuoverlo, ricacciarlo nell’inconscio, significa correre il rischio che ritorni ancora ed ancora. Superarlo significa invece porre fine alle soluzioni posticce che perpetuano il problema e andare incontro ad un cambiamento vero e ad una trasformazione che ci renda davvero immuni.

Insomma: la Soluzione vera è quella che non si limita a ricostruire la familiarità  e lo status quo ma quella che ci fa diventare più flessibili e in grado di accettare gli aspetti perturbanti del mondo. E’ quella che lavora sulla capacità  di mantenere un equilibrio in una situazione instabile senza pretendere di stabilizzare tutto o non cambiare niente; quella che ci permette di tollerare il caos senza diventare rigidi!

“Gli eufemismi si usano per coprire l’angoscia. Nell’antichità  si usava il nome di Plutone (ricchezza) come eufemismo per coprire la spaventosa profondità  di Ade” (J.Hillman).
Ma usare eufemismi è un buon modo per non osservare e per irrigidirsi in un atteggiamento che rimuove dalla vita di tutti i giorni tutto ciò che viene considerato troppo distante e diverso, troppo poco “diurno” e quindi, in qualche modo, oscuro e “infero”.

Questo approccio oscurantista si addice di più ad un uomo del Medioevo che ad un cittadino del mondo globalizzato. Ma l’inconscio non ha età  e c’è uno strato della nostra psiche che si comporta esattamente come un inquisitore medievale: se qualcosa genera anche solo un po’ di angoscia… è meglio negarla, squalificarla o ritenerla, al più, un inutile ingombro, qualcosa da non prendere in considerazione.

E’ una rigidità del pensiero a cui chiunque può essere soggetto e ho visto persone giovani e progressiste ragionare come dei vecchi conservatori non appena si lasciano trasportare da questo furore normalizzante in cui tutto ciò che esula dalla solita lettura del mondo viene visto come qualcosa da evitare o da osservare con diffidenza e con sufficienza.
E’ anche una difesa comprensibile e, se usata con moderazione, tutto sommato, utile: ci serve per circoscrivere il nostro mondo, per determinare cosa è casa e per mettere delle soglie: un confine fra il sogno e la realtà , fra il diurno e le tenebre e fra il conosciuto e il non ancora esplorato.

Ma, come tutte le difese, è una sorta di farmaco che va preso con moderazione e, a volte, insieme ad un altro farmaco che funzioni da antidoto o da moderatore degli effetti pericolosi del primo.
Su questo antidoto dobbiamo ragionare a lungo (tanti antidoti sono, in fondo, dal punto di vista psicologico, nient’altro che degli esercizi di ragionamento).
Dobbiamo cominciare con il chiederci: “Che cos’è un eufemismo?”. In greco eufemismo è qualcosa che suona bene, che non urta, che lascia stare le cose così come sono senza sbattere contro la sensibilità  di nessuno. Un vero strumento da conservatori.
Ma perché una cosa “mi suona bene”? Spesso è solo un sapore a cui sono abituato, qualcosa che mi hanno propinato fin da piccolo e che va bene così perché è sempre stato così.
La seconda domanda, quella che, in tanti modi diversi rivolgo spesso ai miei pazienti, è: “Cosa eviti continuando a guardare così/ ascoltare così/ pensare così?”.

E’ un modo per indagare sul Perturbante e sul Rimosso. Rivela strani paesaggi e interessanti profondità  e, nell’ombra del familiare, qualcosa di eccentrico e sotterraneo che, spesso, è più ricco della patina con cui era stato ricoperto.

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Una risposta a Il Perturbante

  1. Roberto Silvestri ha detto:

    lynch, il perturbante continuo

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