Sul contenimento: la continuità d’essere

La consapevolezza può crescere,
se riesce ad andare oltre le
tue abituali risposte alle cose”
M.Epstein

Chi ha visto il film di Salvatores, Nirvana, ricorderà lo struggimento di uno dei protagonisti (il Solo interpretato da Diego Abatantuono) che, dopo aver scoperto di non essere altro che un personaggio virtuale imprigionato in un videogame, chiede al proprio “creatore” di cancellarlo, liberandolo così da un’esistenza frammentaria in cui deve ripetere all’infinito azioni inconcludenti per poi morire e rinascere alla stessa vita.

Ciò che spezzetta la sua esistenza non è tanto l’essere inserito in una realtà artificiale o il dover seguire schemi prestabiliti, quanto il non poter decidere di fermarsi, di porre fine al ciclo delle sue brevi vite e di uscire dall’acquario in cui scopre di essere contenuto.

Senza questa libertà l’esistenza diventa troppo stretta, i vincoli troppo pesanti e la mente fa fatica a tenersi insieme.

Dice Bion: “E’ impossibile conoscere la realtà per la stessa ragione per cui è impossibile cantare le patate; esse possono essere coltivate, estirpate o mangiate, ma non cantate. La realtà deve essere “essuta”: dovrebbe esserci un verbo transitivo “essere” da usare al passivo espressamente con il termine realtà.”. Vivere la realtà, starci dentro, esserla, è ciò che facciamo ogni volta che mettiamo insieme una quantità di frammenti (stimoli, sensazioni, percezioni) e, dando loro un senso che parte dall’interno, riusciamo a vederli uniti, coerenti o, perlomeno, armonizzabili.

Finché siamo in grado di avere una sensazione di controllo e di contenimento la mente riesce a stare immersa nel mondo senza andare a pezzi; riesce a contenerne una parte che, così, le appare leggibile, familiare, vivibile.

Ognuno di noi gioca continuamente con due funzioni mentali fondamentali: l’accomodamento, inteso come quella qualità che mi permette di adattarmi al mondo quel tanto che mi serve per non esserne schiacciato e per assimilarlo; e l’assimilazione, intesa come quella qualità che mi permette di portarlo dentro e di far sì che sia il mondo a diventare me e non io a dissolvermi in lui.

Per sentirci, per continuare ad avere una sensazione di controllo, di padronanza e di confidenza dobbiamo assecondare un senso che abbiamo affinato, vivendo, fin dalla nascita. Questo senso determina le quantità di accomodamento e di assimilazione che, momento per momento, trovo confortevoli. Posso accettare una radio troppo alta per un po’ prima di abbassarla, posso, in certi giorni, sentirmi a mio agio in mezzo agli altri senza nemmeno percepire l’impatto che hanno su di me, ma mi capita altre volte di avere il bisogno di stare solo e di ricompormi per sentirmi ancora e poi ri-immergermi.

Assimilazione e accomodamento: “Dopo aver imparato a tuffarmi nella mia propria realtà, non sono più riluttante a tuffarmi in quella di un altro.” (Epstein).

La continuità d’essere è come un’onda su cui surfare nella realtà, modificandola a volte, accettandola e tollerando di subirla per un po’, in altre. Troppo accomodamento viene vissuto come passività; troppa assimilazione come un troppo pieno/troppo impegnativo che richiede un’interruzione, un momento in cui si possa, passivamente, galleggiare.

E, naturalmente, tutto questo non è deciso razionalmente: non c’è un continuo scegliere con la testa cosa è meglio o peggio, cosa può “starsene fuori” ed essere schivato, attutito, evitato come la peste o declinato come un invito molesto (accomodamento); e cosa va invece “portato dentro”, mangiato, letto, imparato, assorbito, conosciuto (assimilazione).

La continuità d’essere è un evento interno che si svolge sotto, di fianco e, a volte, insieme alla volontà; è un modo che abbiamo di contenerci, di contenere e di sentirci contenuti.

E’ un vissuto: una realtà emotiva connessa in parte al sentire-rivolto-all’esterno (sensing) e in parte al sentire-come-sentimento (feeling). Perdere questa realtà emotiva è sconcertante, terribile e, fortunatamente, raro: accade in certi fenomeni acuti estremi come gli Attacchi di Panico, le intossicazioni da droghe o da alcol o certi shock traumatici; o in condizioni patologiche croniche, gravi, come la schizofrenia, le psicosi, l’Alzheimer, ecc.

Ma il sentirsi frammentati, divisi in parti, alienati, sono invece esperienze comuni, sgradevoli e riconducibili ad una sorta di fallimento del senso di continuità e di quel flusso ininterrotto dell’essere che lo psicoanalista D.W.Winnicott chiama Vero Sé. “Nello schema di Winnicott non c’è nulla di tanto prezioso o addirittura di tanto sacro quanto il carattere ininterrotto della capacità di una persona di continuare ad essere.” (Epstein)

Per il bambino questa capacità di essere e di persistere nell’esserci è, come ho spiegato negli ultimi post, il risultato di un buon contenimento e di una Cura che gli ha permesso di crescere adattandosi creativamente al mondo.

E per l’adulto, per ognuno di noi che, partendo dal bambino ha portato avanti la vita fino ad ora, la continuità d’essere non può e non dovrebbe essere data come un evento scontato.

E’ invece qualcosa su cui riflettere: un Fatto su cui meditare per evitare che da flusso creativo si trasformi in una serie di risposte stereotipate; quello che Winnicott definiva Falso Sé: un contenimento rigido, un insieme di reazioni che rispondono al mondo come degli automatismi.

Qualcosa insomma di non molto distante dal personaggio che Salvatores fa interpretare ad Abatantuono.

Lui ha la sfortuna di trovarsi in un videogame; noi… io credo che noi dovremmo interrogarci spesso su “dove siamo?” e su quanto siamo consci di chi siamo abituati ad essere.

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