Sul contenimento: un esercizio introduttivo

“Le istruzioni non sono altro che un dito
che indica la luna. Colui che fissa il dito
non riuscirà mai a vedere oltre”
Allegoria  Buddista

C’è un esercizio che faccio a volte mentre cammino per strada: osservo il modo in cui le persone si contengono.

Il contenimento è un concetto fondamentale per quasi tutti gli indirizzi di psicoterapia analitica. Nell’esercizio che faccio passeggiando ciò che colgo non è che una parte di questo meccanismo complesso; in un certo senso osservo il contegno che le persone si danno, il modo in cui si tengono insieme (come tengono insieme le parti del loro corpo: dove mettono le mani e lo sguardo, come tengono la testa e le spalle, come trattengono o affrettano il passo, ecc.). In questo tipo di fantasia ogni persona può essere vista come una sorta di “casa”.

Bisogna, naturalmente, tener presente che gran parte di ciò che si vede potrebbe essere proiettato: le persone sono come degli schermi che si prestano a certe fantasie piuttosto che ad altre ed è più facile proiettare l’immagine di un castello su di un uomo grande e grosso che su un’eterea ragazzina. Eppure ci sono ragazze minute che danno un’idea di fortezza molto più di certi uomini che sembrano a volte grosse case imponenti ma in qualche modo malferme.

Se si osserva bene la postura, il portamento e l’immagine che una persona dà o prova a dare si può scorgere una sorta di presa che ognuno di noi esercita per apparire ma, anche, per sentirsi in un certo modo, per “starci dentro”, per contenersi.

E’ una cosa che abbiamo imparato fin da piccoli e, all’inizio, l’abbiamo presa in prestito. Succede circa in questo modo: “…quando un bambino ha un’angoscia intollerabile, la affronta proiettandola dentro la madre. La risposta della madre è di accettare questa angoscia e di fare quanto è necessario per attenuare la sofferenza del bambino. La percezione del bambino è di aver proiettato qualcosa di intollerabile dentro il suo oggetto, ma che l’oggetto è stato capace di contenerlo e affrontarlo.” (Segal, 1975).

Per il bambino la madre (o qualsiasi caregiver che ne faccia le veci) è l’oggetto per eccellenza, quello da cui si aspetta nutrimento e cure, risposte e stimoli, conforto e rifugio. Ogni mammifero, e soprattutto quei mammiferi incredibilmente fragili che tutti noi siamo stati da piccoli, è programmato per aspettarsi e richiedere al proprio oggetto-madre almeno queste cose.

Ogni madre ha risposto a modo suo a queste esigenze e in base alla qualità del rapporto, in base a quanto il bambino si è sentito accolto e confortato e rassicurato e capito, ecc., si è sviluppata in lui l’idea di contenimento.

Infatti dopo aver messo le proprie angosce (uno spavento, un dolore, un malessere) dentro la madre, il bambino: “Può reintroiettare non soltanto la sua angoscia originaria, ma soprattutto un’angoscia modificata perché è stata contenuta. Introietta anche un oggetto capace di contenere e affrontare l’angoscia.” (Segal, 1975)

In altre parole il bambino impara, emotivamente e in profondità, un modo di far fronte a qualcosa di intollerabile, uno stile che gli permette di affrontare quel pezzo di mondo o di realtà psichica che, prima di avere imparato come si fa a contenerla, gli sembrava soverchiante e troppo grande e difficile per lui.

Più una madre è in grado di sintonizzarsi con il proprio bambino (cfr. Cronaca 5) più potrà offrirgli svariati modi per contenersi. Il volto materno diventa uno specchio emotivo per il lattante e per il bambino e da quelle prime interazioni ogni futuro adulto impara l’abc di quello che sarà il proprio modo di trattarsi e di interagire con il mondo.

Questa modalità iniziale diventa uno sfondo su cui crescendo ognuno di noi ha aggiunto altri modo appresi in seguito da altre figure importanti ma anche dalle istituzioni con cui abbiamo avuto a che fare: l’asilo, la scuola, la società.

Quello che si vede per strada quando si fantastica su “che tipo di casa sarebbe questa persona che incontro e di cui incrocio lo sguardo per un attimo” non è che una sfaccettatura del contenimento che ognuno di noi ha imparato ad esercitare su se stesso portando dentro di sé i vari “come mi dovrei comportare, come faccio adesso, cosa pensano di me, come faccio ad essere a mio agio nonostante il mondo, ecc.”.

Queste istruzioni per stare al mondo si sono inserite su quelle fondamentali che abbiamo appreso prima che la coscienza si sviluppasse in noi pienamente e nel momento in cui abbiamo cominciato ad esercitare: “Il contenimento dell’angoscia attraverso un oggetto interno capace di comprensione, che è un inizio di stabilità mentale.” (Segal, 1975).

Contenendo e contenendoci abbiamo potuto raccontarci e raccontarcela: descrivere il mondo nel nostro modo personale, assorbirlo e penetrarlo, esplorare ed esporci. Lo facciamo continuamente, lo fa l’Inconscio scorrendo sotto e intersecando a volte il nostro flusso di coscienza.

Esercitiamo, spesso inavvertitamente, una presa (una serie di prese) su di noi e sul mondo. E’ così efficace che non abbiamo quasi mai bisogno di pensarla o di considerare che la stiamo esercitando. Un po’ come il camminare, “va da sé” finché non inciampiamo e un po’ come il parlare, fluisce, finché non ci manca la parola o balbettiamo perché le parole non contengono più l’emozione che le sottende. Non siamo sempre bravi ad esercitare il nostro contenimento né su di noi né sugli altri.

Quella che si può vedere osservando le persone è la presa che stanno esercitando più o meno consapevolmente in quel momento; un riflesso del contenimento che hanno ricevuto e appreso, di come l’hanno modulato nel corso della loro vita, di come stanno rispondendo al mondo che vedono, in parte percependolo e in parte costruendolo con la loro stessa presa, in questo momento.

Non è che un esercizio e un modo per favorire l’inconscio e l’immaginazione così che possano scorgere, nello specchio degli altri, anche qualcosa di come noi in questo momento “facciamo” tutto questo.

Il contenimento è molto di più di questo e ne scriverò ancora nei prossimi saggi.

Vi lascio con il modo in cui Hillman, da vero poeta, parla a modo suo del contenimento: “Ed eccoci giunti al vecchio enigma, la differenza tra fantasia e immaginazione, che oggi possiamo situare nella diade madre-bambino. Fantasia è l’attività del bambino senza madre; immaginazione è la fantasia che ha ricevuto cure materne: è intenzionale, risponde con sensibilità, si rivela premurosa. L’immaginazione fa da madre perché ha il punto focale nel bambino, e il bambino viene focalizzato nell’immaginazione. La parola chiave dell’immaginare non è perciò libero, bensì fecondo, e il suo scopo non è dunque il puro e semplice esplorare, ma l’incoraggiare, il favorire, e l’ebbrezza della fantasia viene contenuta dalla coerenza e dall’accuratezza.” (J.Hillman, Spring 1983).

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2 risposte a Sul contenimento: un esercizio introduttivo

  1. Eleonora ha detto:

    Sotto l’immagine di Klimt visualizzo una pubblicità di cellulari. Molto bello l’articolo sul contenimento, devo immediatamente chiamare qualcuno e raccontarglielo. 😀

  2. Pingback: Sul contenimento: immaginazione e fantasia. Un’amplificazione | Cronache del Labirinto

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