Un po’ di “politeismo”

La struttura psichica è
policentrica. E’ un campo di
molte luci, bagliori, occhi; la
sua energia è distribuita in
costellazioni, come un cielo stellato”
J.Hillman

Dopo due o tre post scritti in uno stile didattico-cognitivista sento il bisogno di un’incursione in un campo che mi è più affine e che tratta gli stessi argomenti (la memoria e le emozioni in questo caso) con un linguaggio meno preciso e puntuale ma più evocativo e vicino all’inconscio.

E’ un modo di procedere meno lineare e, per dirla subito con un linguaggio mitico, “sacrifica a dei diversi”, erige altari in luoghi meno canonici e procede per sfumature e allusioni che, invece di spiegare e mettere in luce, offrono spunti di riflessione e di emozione.

Più simile al raccontar storie che al tenere lezioni questo modo di affrontare gli argomenti dell’anima, cura e si interessa del contesto che affronta e del pubblico a cui si rivolge, usando più di una prospettiva e più di una descrizione.

Così mentre l’approccio cognitivista alla mente, al comportamento e alla relazione sacrifica ad Apollo, il dio della luce solare e della coscienza che tutto svela; quest’altro metodo che disdegna i nomi e che sta a disagio anche nella categoria “Psicologia Archetipica”, preferisce un Pantheon ad un singolo dio e fa della descrizione multipla il suo principale strumento di indagine. Vede l’azione, lo slancio e il conatus laddove il cognitivismo si focalizza sul comportamento; coglie l’innamoramento, la rivalità e l’attrazione/repulsione in luogo della relazione e mette Anima al posto di Mente.

Anche l’individuo, la persona che prova tutto questo, va a finire sullo sfondo e al suo posto compaiono le varie personalità: l’ombra e la maschera, gli istinti e i loro oggetti, l’animale e il dio che si agitano in noi e che ci muovono.

Ecco perché Anima al posto di Mente: quando usciamo per un attimo da noi stessi e proviamo a scorgere, nel suo insieme, la psiche in cui siamo immersi, abbiamo bisogno di qualcosa di più sfocato e meno definibile di “una mente”. Dice bene Hillman: “Poiché l’anima è mediatrice tra la personalità singola e il suo sfondo collettivo e archetipico, essa diviene la rappresentante della molteplicità, che ci scinde seminando divisioni e perciò ricordandoci quanto sia complessa la totalità.” (J.Hillman, Loose Ends, 1975).

Non è che ad anima non piaccia Apollo con la sua visione cristallina e la sua capacità di arciere infallibile che “coglie esattamente il punto”, non è che disprezzi le definizioni chiare o le mappe per orientarsi nei meandri della mente e del cervello; è che non le basta! O meglio: quando guardiamo veramente con gli occhi di anima non riusciamo a fermarci ad un’unica visione: possiamo stare per un po’ con Apollo ma più ci sforziamo di far luce più le ombre diventano scure.

Guardiamo, ad esempio, alle emozioni e dopo un po’ di indagine “chiarificante” che isola rabbia, paura e tristezza, ecco che ci troviamo ad affrontare qualche stato alterato di coscienza, qualcuno che si procura dolore per provare piacere, che vuole essere triste e che adora essere terrorizzato.

In quegli spazi la luce di Apollo si affievolisce e le sue frecce non colgono più il bersaglio; serve una visione diversa e il dio della coscienza alterata, Dioniso con il suo sguardo “quasi folle”, sa vedere molto più profondamente. Egli guarda con quello che Bion ha definito “raggio di intensa oscurità”, uno strumento che un terapeuta dovrebbe avere per scrutare nella follia e uscirne vivo con il proprio paziente.

Un terapeuta “solo mentale” che dimentichi di fare anima spingerà i propri pazienti a fare chiarezza nei loro problemi, a controllare le emozioni e ad ammorbidire le intemperanze. Ne perderà molti per strada: la cura, per alcuni, è stare nel problema, sentire fino in fondo un’emozione, usare l’intemperanza.

Non per tutti naturalmente. Non tutti con Apollo, non tutti con Dioniso, né i pazienti né i terapeuti che altrimenti diventano dei medici/farmacologi o degli stregoni/maestri spirituali.

Ancora Hillman: “La policentricità della psiche, le sue molteplici costellazioni con i loro molteplici foci, furono rappresentate un tempo da un pantheon politeistico, e dall’animazione della natura attraverso la personificazione di ninfe, eroi, demoni e simili.”.

Perdere di vista, con una visione da psicologia monoteista, questa molteplicità, rischia di imprigionare la psiche nei confini dell’io individuale.

Ma se è vero che non è la psiche ad essere in noi, chiusa nella nostra testa, ma siamo noi ad essere nella psiche, allora le emozioni non sono solo dei cambiamenti nel flusso di energia del cervello e dell’organismo, né solo una preparazione all’azione.

Sono ninfe che aleggiano intorno a noi, eroi con cui possiamo allearci o con cui saremo costretti a scontrarci, demoni da esorcizzare, placare o… cavalli alati che ci trasportano, nani e gnomi che ci guidano nel mondo sotterraneo, satiri, fauni o altri ibridi metà uomo, metà animale, perché è questo che siamo quando ci emozioniamo: sospesi fra il dio e l’animale.

Non che Apollo non possa provare a districarsi in questo mondo. Ci sono momenti in cui è bene distinguere: un paziente con un attacco di panico ha bisogno di poche, chiare e applicabili regole di comportamento e di un ansiolitico da usare come scudo nei momenti peggiori. Ma nella riflessione su: “a quali dei non si è sacrificato? Quali parti non sono state prese in considerazione e sono esplose, poi, tutte insieme nel momento del panico?” si possono scoprire intere parti della personalità rimaste a lungo sepolte, aspetti dell’anima che hanno bisogno di spazio e diventano claustrofobici; o altri aspetti che non sentendosi contenuti e non trovando casa si esprimono nell’agorafobia.

Le metafore, i miti e le storie aiutano l’anima e aprono scenari che tengono conto di altre emozioni, altri stati della mente, altri dei.

Nella storia di Amore e Psiche il vecchio capro, Pan, aiuta la giovane Psiche a non suicidarsi buttandosi per la disperazione in un fiume. La contiene e la consola. Quante parti di anima sono state salvate da Pan? In che modo il terror panico ha, per altre vie, dato inizio ad un processo di ricerca che ha portato a quella che Jung definisce piena individuazione?

E’ un’ottica diversa, un modo di guardare alle persone e ai sintomi che non si limita a medicalizzare. Può dare profondità al nostro sguardo e amplificare la nostra riflessione.

Insistendo sulla chiarezza dei confini, sulle definizioni nette, noi operiamo divisioni” (Hillman). Queste divisioni vanno controbilanciate. Dicevo in un saggio di qualche tempo fa (Emozioni in gabbia) che bisogna stare attenti a definire un’emozione; si rischia di confezionarla in una gabbia che definendola la restringe e non le permette di fluire, esprimersi e… scomparire.

Gli ultimi post, quelli su emozioni e memoria, sembrano dire, apollineamente, il contrario. Sono prospettive diverse che non si escludono se non in una visione stupidamente “psicologicamente monoteistica”.

Per non cadere nella trappola della visione unica e lasciarsi catturare da una singola descrizione occorre favorire l’anima e promuovere la sua naturale tendenza policentrica e politeista. Questa posizione, che è una posizione etica nel senso in cui H. Von Foerster intendeva l’imperativo etico (“Agisci sempre in modo da accrescere il numero delle possibilità di scelta”) ci costringe ad una dislocazione: perdiamo un po’ di centralità e di ego ma guadagniamo in larghezza e flessibilità.

In questo contesto potete esercitarvi a seguire le definizioni che propongo e a constatarne la parzialità e l’unilateralità e potete cercare inutilmente definizioni migliori in altri saggi, come questo, in cui lascio che i confini sfumino e che Anima possa personificare, amplificare, con-fondere.

Vi lascio con questa immagine di Pan che consola Psiche (un buon ossimoro di questi tempi) e con una frase di Jung che, in uno dei suoi scritti più oscuri, avverte: “Come potete essere fedeli alle vostre nature se cercate di mettere i molti in uno? Ciò che voi fate degli dei è fatto a voi. Diventate tutti uguali e perciò la vostra natura è mutilata. La molteplicità degli dei corrisponde alle molteplicità degli uomini.”.

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