Cronaca 15 – Emozioni e Memoria

Le connessioni umane portano alla creazione
di connessioni neuronali”
D.J.Siegel

Chiudevo l’ultima Cronaca ponendo la domanda: “Come mai certi aspetti dell’esperienza vengono ritenuti più di altri?”. Da un punto di vista clinico la domanda è tutt’altro che oziosa perché se certi eventi rimangono impressi nella memoria più profondamente di altri e, soprattutto, se rimangono nella memoria implicita e hanno la possibilità di irrompere nella vita di una persona non come ricordi evocati ma come sensazioni, emozioni o stati d’animo non ben definiti, queste “registrazioni” possono influenzare il suo umore e la sua capacità di giudizio.

In psicologia si definisce Engramma come “L’impatto iniziale che un’esperienza ha sul cervello”: mentre viviamo la nostra vita c’è una funzione continuamente attiva che “prende nota” di ciò che avviene e, come abbiamo visto nella Cronaca 14, certe parti di questa impressione sono direttamente colte dall’ambiente, altre da sensazioni interne, altre ancora da significati che si sovrappongono, ecc. Come ben esemplifica Siegel: “Se avete visitato Parigi con un amico e mentre eravate con lui sulla torre Eiffel avete parlato di esistenzialismo e di pittura impressionista, il vostro engramma potrà includere vari aspetti che hanno caratterizzato questa esperienza e sarà il risultato dell’associazione di diverse forme di rappresentazione: semantiche (con riferimenti a dati che possono riguardare, per esempio, la filosofia, l’arte o l’architettura della Torre), autobiografiche (il senso di voi stessi in quel momento della votra vita), somatiche (sensazioni provate dal vostro corpo durante la visita) e comportamentali (che cosa stavate facendo)”.

Se cerchiamo di ricordare quel momento potremmo riportare alla memoria varie parti di quell’esperienza e potremmo aggiungere dei pezzi che prendiamo dal presente o dalla fantasia o da altri eventi che si associano spontaneamente a ciò che stiamo evocando.

Ma può anche darsi che, senza che noi facciamo niente per evocare quell’episodio, parti di esso si riversino su di noi e colorino il nostro momento presente con una serie di sensazioni che non necessariamente saremo in grado di ricondurre a quell’evento.

E’ più probabile che questa re-stimolazione, questo ripetersi di una parte del passato nel presente, avvenga se l’episodio registrato è ricco di emozioni, di sensazioni e di elementi impliciti che sono entrati nella memoria senza la partecipazione della nostra coscienza. “Studi condotti sulle relazioni fra memoria ed emozioni indicano che esperienze emotivamente cariche vengono in genere ricordate con maggiore facilità” (Christianson, 1992).

Insomma, le emozioni sono la discriminante che determina la “pesantezza” di un ricordo: la probabilità che venga ricordato come un evento significativo ma, anche, la possibilità che si re-stimoli sovrapponendosi alla nostra esperienza presente. E: “Le regioni cerebrali che attribuiscono un valore ai diversi engrammi… sono probabilmente quelle che “etichettano” queste esperienze come significative, emotivamente importanti e quindi degne di essere ricordate.” (Edelman, 1992; Damasio, 1994).

Va da sé che se l’etichettatura è compiuta tramite l’aggiunta più o meno conscia di emozioni, l’intelligenza emotiva svolge un ruolo fondamentale per quanto riguarda la consapevolezza di ciò che stiamo ricordando e la capacità di differenziare cosa nella nostra esperienza quotidiana è “presente nel presente” e cosa, invece, è sovrapposto, evocato, re-stimolato, ecc.

Questa capacità di cogliere la differenza e di distinguere, all’interno del flusso di coscienza, le sfumature del passato, i contorni e le figure del presente, le nostre proiezioni e i nostri ricordi, le aspettative e le delusioni, il vecchio e il nuovo… è ciò che dà coerenza e profondità alla nostra esperienza di noi stessi, al nostro esser-ci.

Se la memoria è l’insieme dei processi in base ai quali gli eventi del passato influenzano le risposte future, possiamo tranquillamente dire che uno di questi processi, quello che rende disponibile o evocabile o re-stimolabile un ricordo, usa le emozioni come la variabile che influenza queste caratteristiche.

Naturalmente può darsi che nella vita di una persona capitino “eventi catastrofici”, momenti in cui le emozioni semplicemente accadono. Certi eventi traumatici (incidenti, aggressioni, abusi, violenze) sono, per definizione, pieni di paura, di dolore fisico, di impotenza, di incoscienza. E più l’evento è traumatico, imprevedibile e doloroso più è probabile che la registrazione che ne portiamo con noi sia implicita, non analizzabile e, quindi, incline ad attivarsi e ad influenzare negativamente la vita di chi ha vissuto il trauma.

Il cosiddetto PTSD (Disturbo post traumatico da stress) è un esempio macroscopico di come l’esposizione a certi eventi crei nelle vittime la predisposizione a gravi disturbi riconducibili al sovraccarico emozionale verificatosi durante il loro svolgimento. Si è anche visto, tuttavia, che non c’è una relazione diretta fra il trauma e i comportamenti e i sintomi delle vittime che l’hanno subito: preso un campione di persone sottoposte allo stesso trauma (o comunque a traumi di paragonabile entità), ciò che diventa predittivo delle risposte che daranno all’evento (Svilupperanno o meno un PTSD? Andranno incontro a sintomi specifici come panico, insonnia, depressione, ecc.?) non è tanto l’intensità del trauma o le emozioni provate durante l’episodio quanto una sorta di capacità di contenerlo che certe persone hanno e che altre hanno molto meno.

La capacità di un individuo di assorbire un evento, di metabolizzarlo o di trasformarlo è un fattore cruciale: è la carica emotiva a rendere più o meno “importante” un ricordo, ma è la capacità di gestire e contenere la carica emotiva durante e dopo l’evento che lo renderà più o meno patologico o più o meno significativo.

Questa capacità è, anch’essa, implicita, anch’essa una sorta di ricordo: qualcosa che è stato piantato molto profondamente in alcuni di noi e qualcosa che altri sembrano non avere o avere in misura molto limitata.

Ci sono dei motivi per cui alcune persone sembrano avere una Resilienza innata ed altre essere in qualche modo più fragili. Su questi motivi si è molto indagato e molto è stato scritto.

Negli anni ‘60 lo psicoanalista e psichiatra John Bowlby studiando nei bambini l’attaccamento, la separazione e la perdita, è giunto ad una serie di conclusioni che hanno, poi, influenzato tantissimi altri lavori psicologici. La sua Teoria dell’Attaccamento parte da un postulato fondamentale, semplice ma significativo: il bambino interiorizza la relazione con il genitore in un modello operativo di attaccamento che determinerà, nella sua vita futura, non solo il suo modo di relazionarsi con altre figure significative e con il mondo ma, anche, il modo di relazionarsi con se stesso, con la propria mente, con il proprio passato…

Questo modello operativo diventa uno sfondo e un terreno su cui le emozioni possono scorrere, fermarsi, scivolare, radicarsi, persistere, scomparire,…

Di questa teoria che prova a dar conto di come le emozioni, i ricordi impliciti ed espliciti e le relazioni si influenzino continuamente fra di loro, darò qualche accenno nella prossima cronaca.

Chiudo invece questa con un aneddoto tratto da un libro del Dalai Lama “Art of Happyness” che qui riporto nella versione che ne dà lo psicologo Mark Epstein nel suo “La Continuità d’Essere”: “La storia riguarda un monaco anziano che andava regolarmente da Sua Santità per gli insegnamenti, sebbene il Dalai Lama lo considerasse suo superiore nella realizzazione meditativa e fosse d’accordo ad insegnargli per pura formalità. In un’occasione il monaco chiese al Dalai Lama l’iniziazione ad un particolare gruppo di pratiche meditative. Il Dalai Lama obbiettò dicendo che erano pratiche rivolte a monaci più giovani, esercizi energici e gravosi che gli avrebbe volentieri risparmiato. Dopo un po’ di tempo il Dalai Lama venne a sapere che il monaco si era suicidato, nella speranza di rinascere in un corpo più giovane con maggiore resistenza. L’intervistatore e coautore, uno psichiatra americano, chiese al Dalai Lama come aveva affrontato il dispiacere e come lo aveva superato. “Non è passato” aveva risposto il Dalai Lama un po’ perplesso per la domanda. “E’ ancora lì”.
Nel contesto in cui è stato originariamente presentato questo racconto ciò che prevale è la struttura mentale dell’intervistatore al quale non è mai venuto in mente che il dispiacere non potesse passare… lo psichiatra partiva dall’idea di riparare al dolore invece di provarlo. Il Dalai Lama aveva la forza d’animo e la fede di accettare il suo dispiacere senza cercare di guarirlo. Questa è l’essenza all’approccio buddista al cambiamento psicologico. Lottare per liberarsi dal dolore non fa altro che rafforzarlo, mentre l’accettazione della verità intensifica la nostra capacità di tollerare, avere pazienza e perdonare.”

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Cronache. Contrassegna il permalink.

4 risposte a Cronaca 15 – Emozioni e Memoria

  1. Lorenza ha detto:

    Bello, questa sorta di attiva accettazione e’ il filo conduttore del programma di recupero di Alcolisti Anonimi: mi ha salvato la vita e mi ha reso una persona consapevole e responsabile.

  2. Inizio a pensare che la differenza la fa proprio appunto questa capacità di “assorbire un evento, di metabolizzarlo”, e forse anche di superare le vicissitudini ma tenendole sempre presenti.

    Mi è venuto in mente il tuo articolo in cui parlavi di coloro che affrontano e mangiano la propria ombra. Si può fare un paragone, no?

    Saluti.

    • drdedalo ha detto:

      Sì il paragone ci sta! L’ombra, come risultato di ciò che nell’individuo è represso, è, tutto sommato, un insieme di memorie implicite non analizzate o “negate”.
      La sua integrazione deve necessariamente passare da una sorta di digestione: un’ osservazione che può essere dolorosa ma che porta ad una maggior completezza e integrità. L’attiva accettazione di cui parla Lorenza nel suo commento è,probabilmente, la risorsa fondamentale da mettere in campo per questo lavoro su se stessi.
      E se non ce l’hanno insegnata da piccoli, se non sono riusciti a “passarcela” con un buon contenimento, dobbiamo trovare un modo per costruirla da adulti; è più difficile ma…si può fare!
      A presto.

  3. Pingback: Emozionarsi: le emozioni primarie | Cronache del Labirinto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...