Storie che curano II Parte: modelli narrativi

L’attenzione è la virtù psicologica cardinale
da cui dipendono forse tutte le altre, perché
non possono esservi né fede, né speranza,
né carità per alcuna cosa se questa non
riceve prima attenzione.”
J.Hillman

La psiche non è inconscia. Noi lo siamo: noi pazienti, noi analisti. La psiche produce di continuo dichiarazioni intelligibili: produce sogni e sintomi, fantasie e umori; ha intenzionalità e progettualità. Ma il sistema della terapia ha proiettato “l’inconscio” sulla psiche del paziente, il che comporta, per la teoria degli opposti, che l’analista debba essere conscio. E sia il paziente sia l’analista tendono a credere a questo sistema. Ma la cosa che conta è che la coscienza fluttua; è un fluido psichico, come avrebbe detto Mesmer, che avvolge e compenetra tutta la seduta… a volte il paziente ha un’intuizione, altre volte invece è l’analista a essere conscio….” (J.Hillman, Inter Views).

Questa alternanza di conscio/inconscio, che in terapia sembra divisa fra due persone, è la doppia descrizione che avviene continuamente nella vita di ognuno di noi.

Semplificando si potrebbe dire che l’Inconscio fornisce gran parte delle espressioni, delle posture, degli stati d’animo, delle sensazioni interne e dei sentimenti che le accompagnano; mentre il Conscio provvede alle interpretazioni, all’analisi e alla modulazione della “risposta appropriata/corretta”.

E siccome, apparentemente, il paziente porta i contenuti e il terapeuta li mette in ordine e li “cura”, l’idea è che il primo sia una sorta di serbatoio degli istinti e il secondo un portatore di luce e di chiarezza.

E’ una fantasia molto potente e, come tutte le fantasie, descrive parzialmente e in modo suggestivo quel che avviene quando due persone si incontrano con lo scopo di ascoltare attentamente, approfondire e prendersi cura di ciò che una delle due vuole comprendere, modificare, trasformare.

Ci sono altri modi per descrivere un rapporto terapeutico ma direi che questo è quello che va per la maggiore e quello nel quale il terapeuta assume, alla fine, quella funzione di cantore che ho citato nell’ultimo post.

Una persona racconta la sua storia e l’attenzione che l’altro pone sul racconto, il suo modo di ascoltare e di restituire ciò che ha colto, ciò che capisce o che interpreta, fa la differenza.

Posso soffermarmi su un aspetto o su un altro di una storia, posso essere curioso, pignolo, morboso; ascoltare come ascolta un medico, una madre, un amico o un prete, un bambino o un adulto. Seleziono certe cose e ne lascio perdere altre e, pian piano, questo influenza il modo in cui l’altro racconta. E siccome il modo in cui lui racconta determina l’opinione che ha di sé e, di conseguenza, spesso, il suo stato d’animo… siccome questo intrecciarsi delle storie può influenzare così profondamente le nostre vite, è cruciale che chi ascolta si interroghi sul modo in cui lo fa.

Dice Hillman: “Sfortunatamente, noi terapeuti siamo troppo poco consapevoli di essere dei cantori e trascuriamo molto di quanto potremmo fare. I nostri modi narrativi si limitano a quattro tipi: epico, comico, poliziesco e realistico sociale… Nel primo rientrano i casi che mostrano lo sviluppo dell’Io, soprattutto la sua uscita dall’infanzia, attraverso ostacoli e sconfitte: l’epopea eroica. Nel secondo i racconti di grovigli, di identità scambiate e sessi incerti, di goffe e incredibili inadeguatezze della sciocca vittima, che però sfociano nel lieto fine dell’adattamento: è il genere comico. Nel terzo è tutto uno smascherare trame nascoste attraverso indizi e crisi, un rintracciare instancabilmente gli errori da parte di un detective con la pipa in bocca, taciturno con lo sguardo malizioso, non tanto diverso da Sherlock Holmes o Poirot. Al quarto appartengono le descrizioni dettagliate e fedeli di circostanze minute: la famiglia che è una disgrazia, le condizioni ambientali che sono un’altra disgrazia, il tutto presentato con squallida terminologia sociologica e con inquadrature enfatiche e tendenziose: il realismo sociale.”

Scegliere uno stile a discapito degli altri significa rinunciare a delle descrizioni che possono aggiungere ricchezza e varietà.

Non è detto che ci si debba adattare e diventare finalmente adulti come succede nelle commedie. L’eroe che, attraverso le sue fatiche, soddisfa gli dei o placa la loro ira, finisce sempre col vivere felice e contento? O comincia invece dopo un po’ ad annoiarsi della sua vita da eroe realizzato?

Quanti altri modi ci possono essere per leggere la vita che una persona sta vivendo?

In che modo e con quale stile narrativo il paziente, ognuno di noi quando patisce qualche aspetto della propria vita, sta raccontandosela? Quanto siamo eroicamente affascinati dalla nostra storia o quanto ne siamo comicamente frustrati, poliziescamente confusi, realisticamente vittimizzati?

Chi ascolta può, a seconda di come ascolta, aiutare l’altro a leggere la propria vita come un’epopea, una commedia, un giallo o un resoconto sociologico.

Cos’è meglio? Niente di tutto questo, ovviamente! Non sappiamo cos’è meglio. Ci sono eroi tristi e comici felici e viceversa; integrati stupidi e “disintegrati” geniali e viceversa.

Ciò che va promosso quando si ascoltano le storie e, credo, anche quando si raccontano è la versatilità degli stili: posso vedermi in tanti modi, posso prendermi meno sul serio e sapere che al variare del mio sguardo e del mio stile cambiano cose in me e intorno a me, posso essere ironico, mutevole, diverso, meno fissato in un’unica descrizione, più libero.

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