Storie che curano

Noi tracciamo i confini,
noi mescoliamo le carte,
noi facciamo le distinzioni”
James Keys

Ogni psicoterapia è una doppia descrizione: c’è la storia che il paziente porta in seduta e c’è quella che il terapeuta, di conseguenza, racconta al paziente.

In un libro del 1983 intitolato “Storie che curano” J.Hillman parlava di quanto sia importante curare non tanto il paziente quanto la storia che questi racconta su se stesso.

E’ vero infatti che una persona inizia un percorso terapeutico portando con sé un problema o un sintomo, ma è altrettanto vero che ciò che il terapeuta ascolta non è il dolore psichico ma la sua narrazione.

Questa narrazione, il suo stile, il modo che il paziente ha di raccontarsi, sono importanti quanto i sintomi.

Un terapeuta ascolta e ri-racconta la storia con cui la persona si descrive e, facendolo, ha l’occasione di arricchirla o di impoverirla, di aggiungere il suo senso o di suggerire elementi che la completino o che la presentino al paziente sotto una luce diversa da quella che, nel suo racconto, gli aveva dato.

La famosa interpretazione (quel gesto complesso che nei film sulla Psicoanalisi o nei piccoli aneddoti terapeutici viene spesso ridotto alla “spiegazione” di un sogno o all’attribuzione della genesi di un disturbo a certi eventi traumatici avvenuti nell’infanzia) è in verità sempre una ri-descrizione di qualcosa che la persona ha detto su di sé.

Chi osserva dal di fuori può, se è almeno un po’ empatico, sintonizzarsi non solo su ciò che l’altro dice ma anche su ciò che l’altro esprime con i gesti e con l’espressione, con le pause e le accelerazioni, con i salti logici o le incongruenze.

Una madre fa una interpretazione terapeutica ogni volta che, vedendo il suo bambino in fasce “preoccupato” per un rumore che l’ha spaventato, una cosa strana che ha visto o un’impresa fisica che non sa compiere, lo rassicura con un “Non è niente… è solo un rumore… tranquillo, ci sono qui io… ecc.”. L’aggiunta di senso è, a volte, un’aggiunta di significato (una spiegazione) e, altre volte, l’inserimento di un’emozione “appropriata” a ciò che l’altro sta vivendo (un contenimento).

Questo gioco fra contenitore e contenuto, fra chi vive in prima persona l’esperienza e chi contribuisce alla sua lettura, è qualcosa che ognuno di noi ha sperimentato fin dalla più tenera età e che ricerca ogni volta che l’esperienza sembra essere troppo difficile: troppo dolorosa, intensa, strana o sconcertante per essere compresa senza l’aiuto di qualcuno a cui mi posso appoggiare, di cui mi fido o che stimo.

Un’esperienza totalmente incontenibile e non contenuta si riduce ad un trauma: un evento che ci vede vittime passive di una forza che non riusciamo a controllare, gestire e comprendere.

E quando un paziente arriva in seduta con la sua descrizione di se stesso e della propria sofferenza, parla, prima o poi, di qualcosa che gli sfugge e che, in un modo più o meno eclatante, lo sopraffà e lo allontana da quella condizione desiderata che lui definisce normalità.

Ci sono vari livelli interpretativi, vari modi di ascoltare il racconto che ci viene proposto. Può darsi che ci venga subito voglia di contestare una storia di malattia o può darsi invece che “ci piaccia” e che il paziente trovi in noi subito conferma ai suoi sintomi e alla descrizione che ne fa.

Ma, sia che la nostra storia si scontri sia che si amalgami con quella dell’altro, quello che avviene è che due descrizioni si incontrano e che su di esse inizia un confronto che ha lo scopo di curare una condizione e di guarirla correggendo e curando la descrizione che ne viene fatta.

Ecco un esempio di questo incontro fra narrazioni tratto da “Storie che curano”: “Un secondo caso tratto dalla mia pratica: una storia di episodi psicotici e di ospedalizzazioni, con abusi medici, seduzioni, violazione di diritti, terapia da shock e droghe di sostegno. Considerai questa storia come il passato che un’altra donna potrebbe raccontare, un passato in cui si è innamorata al liceo e ha sposato il ragazzo della porta accanto, ha un marito affettuoso, dei bambini e uno spaniel. In altre parole, entrambi sono resoconti coerenti che espongono un motivo tematico che organizza gli eventi in un’esperienza. Tutte e due le donne, quella con le lenzuola di percalle e quella con la camicia di forza – per esprimere la fantasia in modo figurato – potrebbero venire in terapia, ugualmente disperate dicendo proprio la stessa cosa: ‘Non ha alcun senso; ho perso gli anni migliori della mia vita, non so dove sono né chi sono’. La mancanza di senso deriva da un crollo nel motivo tematico che cessa di tenere insieme gli eventi e di dare loro significato e non fornisce più lo stile dell’esperienza. La paziente è in cerca di una nuova storia o di un nuovo nesso con quella di prima.”.

Hillman a questo punto, probabilmente dopo due o tre sedute di ascolto empatico della persona, decide non tanto di intervenire sui sintomi su cui, purtroppo, già in tanti erano “intervenuti”, quanto di curare la storia: “Pensai che il racconto di quella donna fosse la sua storia portante e che tuttavia lei non ne avesse letto le possibilità ermetiche, i significati reconditi. Aveva considerato la storia in modo letterale, nello stesso linguaggio clinico in cui le era stata raccontata: una storia di malattia, di abuso, di spreco degli anni migliori. Era la storia, non lei, che aveva bisogno di essere curata e re-immaginata. Inserii così un altro racconto sui suoi anni sprecati: lei conosceva la psiche perché era stata immersa nelle sue profondità. L’ospedale era stato la sua scuola per signorine, la sua iniziazione, la sua cresima, la sua esperienza dello stupro, il suo apprendistato nelle realtà psicologiche. La capacità della sua anima di resistere attraverso questi orrori psicologici e di goderne masochisticamente era il suo pedegree per la sopravvivenza e il suo diploma. Era davvero una vittima ma non tanto della sua storia quanto del racconto in cui l’aveva inclusa.”.

In questo caso il terapeuta ri-racconta e ri-immagina in modo completamente diverso non tanto ciò che al paziente è successo quanto ciò che quell’esperienza può significare qui e ora per lei.

Sta proponendole di fare un passaggio interpretativo da vittima a esperta di uno stato di coscienza e di sofferenza.

Basterà? Sarà bastato? Naturalmente no! Ma non è questo il punto. Hillman non parla del tempo (anni probabilmente) in cui ha seguito la paziente ma parla di un inizio e di un approccio basato sulla narrazione.

Due descrizioni sono meglio di una perché aggiungono profondità alla visione. Ma per accostare le narrazioni occorrono la pazienza di ascoltare attentamente, la capacità di proporre un’altra storia che possa aggiungere senso a quella presentata e l’umiltà di non essere un analizzatore esterno della storia di un altro.

Come dice ancora Hillman: “…il discorso terapeutico è anche una gara tra cantori che rinnovano uno dei più antichi generi di diletto culturale conosciuto da noi esseri umani: la co-costruzione di storie e di realtà. Una terapia riuscita è quindi una collaborazione tra narrazioni, una re-visione della storia in una trama più intelligente, più immaginativa.” (corsivi miei).

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