Storytelling 3: la soglia

Bachtin fa notare che Dostoevskij
ambienta i momenti decisivi
delle sue storie sulla soglia, in
luoghi esposti e inadeguati”
C.Brie

Questo post potrebbe andare avanti per un bel po’ a citare frammenti di storie che parlano più o meno esplicitamente della Soglia.

La soglia è, innanzitutto, un luogo psichico, un frangente in cui la mente è impegnata nel passaggio da uno stato all’altro: dall’interno verso l’esterno, da una condizione all’altra, da una considerazione (un modo di vedere o interpretare il mondo o le cose) all’altra.

La soglia è anche, naturalmente e inevitabilmente una metafora che pervade la vita di tutti i giorni, a partire dal linguaggio. Essere sull’orlo di una depressione… guardare dentro l’abisso… farcela per miracolo/cavarsela… superare un ostacolo… innamorarsi (fall in love)… , questi e mille altri modi di dire parlano del momento di passaggio: un’iniziazione, più o meno terrificante, più o meno dolorosa, dopo la quale saremo un po’ o molto diversi.

La stessa idea di crisi che ci assorda, ormai, e che invade la vita di ognuno di noi è, dal mio punto di vista, prima di un evento economico, un evento psichico. Ad essere in crisi infatti, prima ancora dell’economia, è un intero modo di pensare il mondo. E cos’è crisi se non un momento di passaggio verso l’abisso o verso il cambiamento, una soglia che provoca un fermento e un’urgenza di trasformazione; la messa in discussione di un paradigma che non riesce più a raccontare il mondo, il passaggio verso… sa Dio verso cosa, visto che se sapessimo verso cosa probabilmente la crisi non sarebbe così profonda e il momento non sarebbe così cruciale.

Se è vero che quello che deve cambiare è il modo di pensare e di descrivere la realtà non basteranno le ricette economiche per risolvere davvero il passaggio.

Si può ribadire che questa è solo una visione da psicologo e che “con la psicologia non si mangia”. Io credo, tuttavia, che questo solido punto di vista, questa visione pragmatica e “basata sui conti” sia esattamente una delle convinzioni radicate su cui è più necessario riflettere psicologicamente.

Non si può continuare a parlare di psicosi dei mercati, soglia psicologica dello spread, ansia per il futuro, pessimismo e ottimismo… e poi dire che il problema è solo squisitamente economico o finanziario.

Da anni si parla di mondo liquido (cfr Bauman) e se accettiamo che il mondo è cambiato e che siamo entrati in un modo diverso di concepire la vita, le relazioni e addirittura gli oggetti che ci circondano, se accettiamo tutto questo, dobbiamo per forza di cose interrogarci sui cambiamenti che la psiche deve compiere per far fronte a questo nuovo stato di cose.

Mentre gli economisti (sempre gli stessi) vanno avanti a proporre ricette e cerotti, chi sembra non poter far niente, o molto poco, per cambiare lo stato delle cose, dovrebbe almeno riflettere su come ce la stanno e ce la stiamo raccontando.

Cosa non sta più in piedi o sta su con le grucce? E’ ancora credibile la versione dei fatti che viene ossessivamente proposta? Il termine stesso versione dei fatti non implica forse un punto di vista sulle cose, un modo di raccontare?

Non ho risposte e… non mi interessano le solite risposte! Basta accendere un televisore per sentirne di sempre più confuse, stantie, poco efficaci o smentite, immediatamente, da quelle di qualcun altro che la sa più lunga dell’interlocutore precedente.

Sono più interessato alla consapevolezza della soglia: la meditazione attenta ed esigente su cosa succede nel momento in cui un’opinione, una riflessione e una storia raccontata da qualcun altro varca il limite ed entra nel mio spazio interno. E, allo stesso tempo, cosa avviene nell’altro quando “pubblico” una mia storia e gliela racconto.

Osservare questi momenti è un modo per leggere e per sentire ed è un modo per esitare cercando di non fare subito quel passo che mi porta subito al di là e dentro alla risposta (ho già capito quello che vuole dire) o stare al di qua rifiutando la risposta (non mi interessa ciò che sta dicendo).

Essere consapevoli della soglia è, prima di tutto, un modo più attento di ascoltare e un’intenzione più profonda di esprimere.

Credo sia anche il modo per evitare i dialoghi fra sordi, quelli in cui ognuno insiste sulla propria risposta senza chiedersi altro.

Questo sforzo per esprimersi e per comunicare con chiarezza e con efficacia il proprio sentire è ciò che hanno fatto certi scrittori. I lettori, dall’altra parte, hanno compiuto lo sforzo di ascoltare quando, leggendo, hanno tentato di cogliere profondamente ciò che l’altro intendeva. Ogni libro è una soglia.

Questa partecipazione attenta è ciò che manca, troppo spesso, nelle relazioni fra esseri umani. Provate ad ascoltare l’altro come se leggeste un libro; provate a raccontarvi come se la storia dovesse davvero entrare nella coscienza di chi ascolta.

Dostoevskij e, insieme e dopo di lui, molti altri mettevano i loro personaggi sulla soglia perché è lì che le cose diventano più intense, è lì che tutto diventa più determinante, pericoloso e, quindi, significativo.

L’inconscio stesso è una soglia: ciò che possiamo cogliere dei suoi contenuti è ciò che scorgiamo quando ci affacciamo su ciò che in noi non è del tutto chiaro. L’esperienza stessa che possiamo averne è, per definizione, qualcosa che è un po’ al di là di ciò che sappiamo già. Un bravo scrittore sta sulla soglia e mette i suoi personaggi sul passaggio perché sa che, identificandoci con essi, anche noi possiamo, come lui, aumentare la profondità della nostra visione e allargare la gamma del nostro sentire. E’ mia opinione che lo stesso debba fare uno psicoterapeuta.

Cosa c’entra tutto questo con la crisi sociale e con l’economia? Non so bene… faccio lo psicologo, non l’economista! Ma vedo nella mia pratica quotidiana quanto i miei pazienti sentano la precarietà di questo momento.

Mi viene in mente un passaggio dell’ultimo libro di J.Winterson. La scrittrice sta parlando del proprio tentativo di allontanarsi da una madre terribile che la soffoca. Dice: “Quella notte si allungava sulla mia vita. Me n’ero andata, cercando di allontanarmi dall’orbita scura della depressione di mia madre, dall’ombra che proiettava. Sarei stata lontana, finalmente libera, o così mi sembrava, ma la verità è che ci portiamo sempre tutto con noi. Ci vuole molto più tempo a lasciare lo spazio psichico che lo spazio fisico.”.

Direi che questo è il punto! Non possiamo uscire da una trappola, da una serie di vincoli, semplicemente spostandoci. Il lavoro deve svolgersi in un modo diverso ed è come se la psiche lo sapesse e portasse con sé ogni evento irrisolto e ogni relazione incompiuta. In questo modo si costringe sulla soglia nello stesso modo in cui Dostoevskij, Saliger, Omero, Hesse, ecc. costringono i propri personaggi.

Provate a mettere nel passo della Winterson al posto di “depressione di mia madre” l’espressione “crisi sociale”. Non ne usciremo solo perché qualcun altro ci traghetta dall’altra parte. Può darsi che qualche “timoniere” possa evitare il naufragio e far sì che la nave passi fra tutti questi iceberg.

Ma questo non dovrebbe esimerci dalla riflessione sul passaggio, innanzitutto psichico, in cui stiamo indugiando. La crisi non è che un esempio di soglia collettiva. Può diventare un’occasione per cogliere l’intensità del momento e per descrivere il mondo in un modo nuovo o restare un evento senza senso, subito e non compreso. Qualcosa che non ci farà cambiare perché non saremo riusciti a raccontarlo e a leggerlo o qualcosa che ci trasformerà perché saremo riusciti ad usarne l’intensità.

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2 risposte a Storytelling 3: la soglia

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