Cronaca 11 – Casa: il raccogliersi

“Home is where you feel at peace
with yourself”
Proverbio inglese

Parlare di casa dopo aver parlato a lungo, nelle cronache, di labirinto, può sembrare una contraddizione in termini. Ma chi mi ha letto fin qui sa che uso la metafora del labirinto per parlare della psiche e di alcune delle sue funzioni/predilezioni: l’esplorare, l’entrare in relazione, il ricercare.

Nel racconto greco di Eros e Psiche quest’ultima, dopo essersi accasata per un po’ con il dio (perché tale è Eros) è costretta, subendo un distacco doloroso dall’amato, ad una lunga ricerca nel mondo, sulla terra e negli inferi. E’ come se Psiche sapesse che la ricerca finirà solo dopo aver affrontato un percorso che prevede una serie di prove che, se superate, le permetteranno di ricongiungersi ad Eros e di sentirsi a casa e in pace con se stessa.

Il mito parla di un incontro, di un innamoramento, di una separazione, di una ricerca e di un’unione duratura dopo una trasformazione profonda.

Il famoso “… e vissero felici e contenti”, riproposto in milioni di salse, a volte decisamente stucchevoli, dai greci in poi, implica il raggiungimento di uno stato diverso in cui la persona che ha vissuto, che ha sofferto e che è cambiata, può dimorare in pace.

Che ne sarebbe stato di Psiche se semplicemente se ne fosse rimasta a casa? Cosa l’ha spinta verso l’Aperto? Non sarebbe meglio per tutti noi restarcene tranquillamente al chiuso, conservarci, non arrischiare il cambiamento?

Sono domande difficili che spesso vengono implicitamente poste dai pazienti in seduta. Farò un giro un po’ lungo, qui, per abbozzare una risposta.

Ci sono tanti tipi di casa: ce ne è una da cui partiamo e da cui usciamo perché qualcosa ci ha irresistibilmente attratti, là fuori. E ce ne è una verso la quale siamo diretti. In mezzo c’è un qualche tipo di aperto, inquietante, perturbante, che ci mette a dura prova e ci cambia.

E questo mi ricorda una storia più moderna che ha come titolo una parola composita e apparentemente priva di senso inventata da un paziente grave,  affetto da schizofrenia, dell’antropologo G.Bateson, il quale: “…si lamentava di essere il bordo di una tavola di legno manzanita (il manzanita è un arbusto della California poco apprezzato dai falegnami)”. Solo la capacità di Bateson di contenere questo paziente e di ascoltare fino in fondo il suo messaggio gli hanno permesso di capire quale fosse il significato di questo delirio.

“Parlai con lui del fatto che la gente lo trattava come un oggetto, e così via, ma non capivo che cosa volesse dire questa faccenda del legno manzanita. In quel periodo rifiutava il cibo, e i medici lo minacciavano di ricorrere all’alimentazione artificiale, cosa che personalmente non ritenevo opportuna. Decisi così di portarlo un po’ fuori dall’ospedale e andammo a fare visita ai suoi parenti. Per quel che potevo capire, la cosa più importante era creare un contesto in cui potessimo fermarci naturalmente per strada e mangiare in un ristorante dove il cibo si presentasse in una cornice diversa. Quando ci portarono il menù rimase in silenzio, mentre io ordinavo: “Vorrei uova e prosciutto”. A quel punto anche lui ordinò uova, prosciutto e del pane tostato. Visto che io non mangiavo tutto il mio pane, lui lo guardò per un momento e poi disse che l’avrebbe voluto mangiare lui. Mangiò così quello che rimaneva del mio toast e bevve un’altra tazza di caffè. Fece insomma un pasto completo, il primo dopo parecchi giorni. Poi si rilassò appoggiandosi allo schienale della sedia, e disse: “Manzanita” ([man’s an eater] “è una buona forchetta”). Se le circostanze fossero cambiate lo sarebbe stato [would] ([wood] legno). (N.d.T.: Il gioco di parole “Manzanita wood”  è praticamente intraducibile in italiano. Si basa sull’omofonia manzanita (l’arbusto californiano) e man’s an eater (“è una buona forchetta”), e di wood (“legno”) e would (“sarei”). L’espressione “Manzanita wood” indica dunque il legno manzanita, mentre “man’s an eater would” è più o meno traducibile con “sarei una buona forchetta”). Da allora in poi, [….] questa simbologia del “manzanita” non venne più usata. L’aveva usata all’inizio come una barriera tra lui e me. Dopo quel pranzo insieme, mi spiegò con uno schema alla lavagna cosa intendeva dicendo “manzanita”. [….] Tra noi “manzanita” è diventata un’affermazione che non significa più “So come ingannarla, Mr. Bateson”, ma piuttosto “Questo è qualcosa che adesso capiamo tutti e due”. E così la situazione si è capovolta.”.

Questo è, secondo me, un esempio illuminante di come un buon uso del contenimento e la creazione di una cornice diversa (di una sorta di nuova casa per il paziente) siano in grado di rendere intellegibile un linguaggio a tutta prima incomprensibile e di come, quella che era una barriera tra il terapeuta e il paziente si sia trasformata, invece, in una lingua che dà ad entrambi la possibilità di giocare insieme.

Quello che Bateson ha compiuto è stato un gesto semplice ma pieno di significato per il paziente: gli ha offerto uno spazio diverso, una nuova dimora, un posto in cui potesse ricomporsi e presentarsi nuovamente.

Casa è: una relazione in cui possiamo mettere insieme le parti che ci compongono. Per esprimerci con la stessa modalità del paziente di Bateson: ci comporrebbero se solo avessimo la possibilità di rimetterci insieme e manifestarci, di esporci essendo ascoltati, contenuti e compresi.

E’ una possibilità che non è stata data a tutti. Ci sono individui “fortunati” che, grazie alle relazioni che hanno sperimentato quando erano bambini, hanno potuto costruire un Io fiducioso e resiliente. Ce ne sono di molto meno fortunati che, come il paziente di Bateson, partendo magari da una condizione già svantaggiata dal punto di vista genetico, hanno avuto anche la disdetta di non essere contenuti in un modo che gli permettesse di crescere e di sviluppare adeguatamente la loro personalità.

E ce ne sono altri che sono in viaggio verso una nuova casa; come Psiche che, spinta da forze più grandi di lei, deve/vuole compiere una sorta di viaggio iniziatico.

Nello stesso libro che riporta il caso di cui sopra E.Erickson, interloquendo con Bateson ed altri sul concetto di gioco, così si esprime: “… Schiller ha detto che l’uomo è perfettamente umano solo quando gioca… umano significa credo, che non è guidato dall’impulsività e dalla costrizione, che non è spinto da altri. Perciò quello che in psicoanalisi chiamiamo Io è a parer mio quel piccolissimo margine di gioco che rimane nell’esistenza.”.

Chi non ha avuto lo spazio per giocare in sicurezza va a cercarsi nuovi giochi e nuove dimore. Lungo la strada fa degli incontri e può capitargli di intrecciare nuove relazioni. Quando in una di queste relazioni si sente a casa trova, in essa, l’occasione di rimettere insieme delle parti che sembravano non volersi armonizzare con tutto il resto.

A volte casa è un libro, a volte un gruppo, altre volte una persona.

Sempre è un posto in cui sentiamo di poter riprendere il gioco che ci sta più a cuore: quello di diventare ciò che sentiamo di essere.

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