Sulla depressione V parte: ascoltare

“Siddharta ascoltava…”
H.Hesse

Leggo su Repubblica Salute di qualche giorno fa un articolo dal titolo “Papà depresso, ricaduta sui figli. E con la crisi aumentano i rischi”.

Si parla di uno studio condotto su un campione significativo di famiglie americane (22mila!) lungo l’arco di quattro anni in cui si arriva alla conclusione che: “… le possibilità di bambini e ragazzi di sviluppare problemi emotivi e comportamentali aumentano se vivono con un padre che mostra sintomi depressivi”.

Lascio il link a questo articolo per chi ha voglia di leggerlo. A me serve solo come spunto per un’ulteriore riflessione sulla depressione e su quella che, secondo me, è la prima risorsa che viene a mancare quando ci relazioniamo con un depresso: la capacità di ascoltare.

La mia prima reazione quando ho finito di leggere il pezzo è stata: “Wow… i colleghi americani hanno scoperto che se sei un bambino e te ne stai in casa con un papà che non ascolta un cazzo prima o poi ti senti disturbato anche tu!”.

Ora non dico, naturalmente, che il depresso non voglia ascoltare o si sia dimenticato quanto l’ascolto sia importante. Dico solo che una delle prime cose che succede quando qualcuno comincia a deprimersi è un’introversione nei propri pensieri e nei propri problemi. E’ il cosiddetto fenomeno della rimuginazione: il depresso viene come risucchiato in un vortice di pensieri e di emozioni che girano continuamente su se stessi; una vera e propria trappola che spesso si manifesta, esteriormente, con dei movimenti rallentati e con un’immobilità che esprime fisicamente il congelamento che questo continuo rimuginare crea nel mondo interiore di una persona depressa.

I bambini e i ragazzi, che sono così sensibili alla qualità dell’attenzione con cui ci si rivolge loro, appena si accorgono che chi dovrebbe ascoltare non c’è, appena sentono che quello che dicono non interessa veramente perché chi dovrebbe essere interessato è in verità preso da tutt’altro… bè, dopo qualche tentativo, semplicemente smettono di provarci e tengono per sé quello che avrebbero voluto dire.

Il motivo per cui molti adolescenti sembrano muti è perché non trovano orecchie veramente interessate alle loro espressioni.

E, ovviamente, l’ascolto non è solo una questione di orecchie ma anche di sguardi, di gesti, di disposizione nei confronti dell’altro. Ognuno di noi sente quando l’interlocutore è in grado di contenere ciò che noi riversiamo nella sua direzione. Vediamo se si commuove, se si entusiasma, se dissente o se si incuriosisce, se sta o non sta dalla nostra parte. Possediamo fin dalla nascita una sorta di talento naturale che ci predispone alla comunicazione, alla socializzazione, all’empatia.

La prima caratteristica di un buon ascoltatore è la capacità di svuotarsi.

Una delle prime cose che faccio quando, in seduta, ho a che fare con una persona depressa, è quella di capire insieme a lui quanto quello stato che definisce come un “sentirsi vuoto” sia, invece, un “essere troppo pieno”.

Ci sono dei pensieri e degli affetti (delle emozioni, dei sentimenti, degli stati d’animo) che, quando girano troppo a lungo nella mente, diventano come invisibili. Quando un depresso dice che non sta pensando a niente sta in verità dicendo che ha pensato e sta pensando così disperatamente a pochi, dolorosi pensieri che, ormai, tutta la sua mente ne è stata assorbita.

E’ come se il rimuginare avesse completamente intasato lo sfondo su cui nuovi pensieri potrebbero stagliarsi e questa sorta di ingorgo fa sì che niente più scorra.

Il flusso di integrazione, di cui parlo nel saggio “Sulla depressione II parte: antidoti”, dopo essere stato a lungo sbilanciato verso il versante del caos, si sposta verso la rigidità. Il depresso diventa così pieno che i pensieri non scorrono più e l’attenzione rimane così stupita e fissata in una immobilità  che, spesso, si manifesta anche nei gesti e nelle azioni.

Ed è ovvio che, come dice l’articolo: “…con la crisi aumentano i rischi”: mettete un depresso davanti alla televisione e fategli ascoltare un paio dei telegiornali che vanno in onda in questi ultimi tempi e…

Né possono aiutare i cosiddetti programmi di intrattenimento il cui unico risultato è quello di sviare la mente dall’ingorgo riempiendola di amenità che hanno come unico effetto quello di lasciarlo intatto.

Ma come si può fare per svuotarsi? Come si può ristabilire quella capacità della psiche di orientarsi e di essere interessata, veramente interessata, al mondo, alla vita, agli altri?

Ci sono alcune risposte semplici e una difficile.

Quelle semplici spaziano dal consiglio di spegnere la televisione e leggere un libro al suggerimento di fare più attività fisica e impegnarsi in qualcosa che dia un risultato concreto (cucinare, ad esempio). Di fronte a questi consigli in genere i depressi alzano le spalle e… non ascoltano.

La risposta difficile, invece, affonda le sue radici nella notte dei tempi e in quelle parti antiche della nostra psiche che, istintivamente, sanno come fare.

Per svuotarci dobbiamo toglierci di mezzo (cfr saggio “Sulla depressione IV parte: togliersi di mezzo”). E per farlo è necessario ascoltare.
Sembra un serpente che si mangia la coda ma… ricordate quando da piccoli ascoltavate una fiaba? Provate a tornare a quel tipo di attenzione in cui eravate completamente partecipi. E’ la stessa cosa che succede, oggi, quando leggete un buon libro: vi dimenticate di voi e siete totalmente immersi nella trama, negli eventi che scorrono sulla pagina, davanti e dentro di voi e nel flusso di coscienza del personaggio/scrittore in cui riuscite, quasi senza volerlo, ad immedesimarvi.

I buoni libri e le buone storie parlano, invariabilmente, di un personaggio: una sorta di eroe, declinato in tanti modi diversi, che cerca di mettere un giogo al dolore. E il dolore è una sorta di ostacolo perenne che si mette fra noi e la nostra comprensione del mondo. Ogni eroe cerca, con più o meno successo, di superare questo ostacolo. Che si tratti di Ulisse che affronta ogni ostacolo per tornare a casa, di Edipo che per salvare Tebe deve affrontare la Sfinge, o del giovane Holden che vaga per le strade di New York chiedendosi, a modo suo, quale sia il senso della vita; tutti loro, e noi, siamo impegnati in una ricerca.

Anche il depresso! Che però, a differenza dell’eroe, non riesce a compiere un passo fondamentale: quello svuotamento che porta alla trasformazione e a quello che 2500 anni fa Eschilo definì “Lo sguardo che sta”, lo sguardo che comprende.

Ogni eroe che si rispetti, anche quelli non epici e molto più moderni, alla fine riesce a guardare la propria vita e quella degli altri almeno un po’ dal di sopra. Ne esce più saggio: lascia alle spalle ciò che è stato ed è in grado di indossare nuovi abiti. Come dice Salinger ad un certo punto de “ Il Giovane Holden”: “La caratteristica di un uomo immaturo è che vuole morire per una nobile causa, la caratteristica di un uomo maturo è che, invece, vuole vivere umilmente per essa”.

E lasciarsi perdere è, sempre, uno svuotamento e un togliersi di mezzo terapeutico, qualcosa che permette a chi lo vive di svuotarsi.

E, dopo questa trasformazione, i pensieri e gli eventi possono essere osservati come qualcosa che scorre. Come un fiume in cui quello che è forse il personaggio più famoso creato da Hermann Hesse, Siddharta, si ferma per ascoltare e lasciar scorrere, finalmente svuotato e senza l’ingombro di quell’attaccamento a sé che è la vera causa psichica di ogni depressione.

 

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