Emozioni in gabbia

“Non credo in cose come
“La tristezza”, “La gioia”,
“Il rimorso”. Probabilmente
la prova più evidente che il
linguaggio è patriarcale è che
esso banalizza i sentimenti.”
J.Eugenides

Liquidare come semplice paura o come collera certe emozioni è una violazione del terzo punto dell’esercizio R.A.I.N. di cui ho parlato nell’ultimo post.

C’è una storiella che si racconta in India su come catturare una scimmia: basta mettere un grosso pezzo di formaggio di cui è golosa in un vaso; la scimmia sente l’odore, si avvicina e lo afferra, ma la sua mano, ora che è aggrappata al formaggio, è troppo grande per uscire dalla piccola imboccatura del vaso; d’altra parte la scimmia non vuole lasciar andare il boccone e così rimane intrappolata ed è facile catturarla.

Quando dimentichiamo o tralasciamo di Investigare un’emozione spesso compiamo esattamente lo stesso errore: sentiamo, ad esempio, qualcosa che assomiglia alla paura e, senza chiederci altro, cominciamo ad essere spaventati; a questo punto la mente, che ha imparato a rifuggire di fronte a tutto ciò che la spaventa, inizia a dimenarsi e, facendolo, in qualche modo si fissa sulle proprie sensazioni: invece di lasciar andare e prendere distanza da ciò che sente e impegnarsi per capire, dà inizio a un lavorio, una sorta di rimuginazione più o meno frenetica che, molto spesso, ottiene come unico risultato quello di invischiarla ulteriormente nell’emozione.

Questo succede perché, nella fretta di catalogare e di dare un nome a ciò che stiamo provando, restiamo appiccicati alla prima definizione che “ci viene in mente” o che ci hanno suggerito.

Quello che sfugge ad un occhio non esperto è che le definizioni sono a volte delle vere e proprie diagnosi. E tutte le diagnosi tendono ad inchiodare la persona all’interno di uno spazio che spesso è troppo angusto per contenere tutto ciò che l’individuo sta provando.

Ho conosciuto pazienti che alla prima seduta si descrivevano come “Timidi e introversi” e che si sono resi conto dopo poche ore di terapia che la timidezza e l’introversione erano, in verità, nient’altro che sottoprodotti di un intero stile di pensiero che avevano appreso, strada facendo, durante le vicissitudini della loro vita. Una di loro, per esempio, costretta a confrontarsi fin dalla tenera età con un fratello molto più esuberante e concreto di lei, era cresciuta con l’idea di essere “una con la testa fra le nuvole” e “incapace di mettere in pratica”. Il fatto di essersi laureata, di avere un posto di responsabilità e di riuscire nei compiti che si proponeva, lasciavano questa definizione di sé completamente intatta.

Quando si trattava di far valere le proprie convinzioni o di esporre in pubblico i risultati del proprio lavoro, questa autodiagnosi sbagliata minava alla base la sua fiducia in se stessa e, a questo punto, sentendosi “giustamente” insicura, cominciava a provare una sorta di agitazione.

Questa sensazione, catalogata come “paura” e “difficoltà ad esprimermi”, creava a sua volta una sorta di Freezing (un blocco che in passato era stato definito timidezza) che le impediva davvero di esprimersi e… così via.

Quando iniziammo le sedute, dopo tre o quattro attacchi di panico e una serie di comportamenti di evitamento che l’avevano portata a rifuggire da ogni situazione in cui poteva succedere che la “interpellassero direttamente”, questa paziente era fermamente convinta di non essere più in grado di affrontare il tipo di vita che si era costruita.

Non fu facile ridefinire con lei quello che veramente provava. Come spesso capita, lo stato d’animo era ben confezionato dentro alla sua stessa definizione. Le domande “Ma tu cosa provi?”, “Dove vai a finire (dove sei) quando senti queste sensazioni?” le sembravano inutili; le risposte erano molto semplici: “Vado in panico!… Ho paura!… Sono insicura!”.

Ma chi fa il mio lavoro sa (o dovrebbe sapere) che definizioni così nette, etichette così essenziali, sono più adatte al comportamento animale che a quello umano. E, come ha detto poco tempo fa la giornalista B.Spinelli: “Sempre le catarsi cominciano medicando le parole.” (La Repubblica 23 novembre 2011). Quello che Eugenides definisce “linguaggio patriarcale” è una vera e propria gabbia che, perdendo di vista la persona, incasella il suo sentire in qualcosa che spesso è troppo grezzo e primitivo per favorire il cambiamento.

Abbiamo bisogno di un linguaggio più femminile, qualcosa che veramente contenga “confortevolmente” le nostre emozioni invece di stiracchiarle e comprimerle in una categoria che le riduce a qualcosa di stereotipato e arido. Considerate la differenza fra “sono triste” e “sto sentendo quella tristezza che viene quando si sa già che una bella vacanza dovrà finire”; notate come è diverso dire “sono giù” rispetto a “mi sento preso da una tristezza che diventa bella quando comincio a contemplare il mio essere triste”.

Se avete voglia ascoltate questa canzone come un esempio di come il linguaggio possa, quando usato bene, amplificare il desiderio, il ricordo, il sentire.

Non dico che occorra diventare poetici, ma è sicuramente un buon esercizio, quando si guarda alle proprie emozioni, quello di evitare di essere troppo prosaici.

Nelle proprie definizioni di ciò che provava la paziente di cui sopra passò da: “Sento una gran paura” a “E’ un po’ come quella paura che avevo da bambina quando tornava mio padre e mio fratello lo investiva con tutte le idee che aveva avuto durante la giornata e io avevo delle cose da dire ma mi sembrava che fossero molto meno importanti e… al papà non interessavano” a “Non è paura; è proprio il dolore di non riuscire a farmi vedere!”.

Quando arrivammo a questa definizione (non più paura ma dolore, desiderio di essere vista, sensazione di invisibilità e di irrealtà) fu possibile iniziare la quarta parte di R.A.I.N., la Non-identificazione. Ricordo che le citai una frase di Winnicott in cui questo psicoanalista, parlando di quello che definisce “falso sé”, dice: “E’ un piacere nascondersi ma è una tragedia non essere trovati”. Pianse per un bel po’ e, da lì, fu possibile guardare alla corazza che si era messa, scoprire quanto non le appartenesse e ridefinire la timidezza come qualcosa che la avvolgeva ma che non aveva niente a che fare con il suo intimo.

Sotto la corazza cominciammo a scoprire qualcosa di vibrante, vitale, interessante, desiderante. E qualcosa cominciò a cambiare. E’ più facile (diventa possibile) smettere di identificarsi con qualcosa solo quando si è capito meglio questo “qualcosa” a cui ci opponiamo e da cui rifuggiamo senza sapere nemmeno di cosa si tratta.

E, proprio come la scimmia della storiella, dovremmo capire che, a volte, per possedere qualcosa, per dire “è mio, me ne posso nutrire”, bisogna prima saperlo lasciar andare.

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