Sulla depressione III parte: il diciottesimo cammello

“Le ho detto tante volte, Watson,
che lei vede ma non osserva!”
Sherlock Holmes

Parlavo in “Sulla depressione II parte: antidoti” del flusso di integrazione: quella funzione che ci permette di continuare a distinguere fra noi e il mondo e di “renderlo comprensibile” o, quantomeno, non troppo caotico e ingestibile.

La capacità di integrare il mondo è alla base della coscienza e della sintonizzazione (cfr Cronaca 5). E’ infatti integrandoci e integrando che entriamo in relazione con le cose e con le persone. La stessa etimologia della parola integrare rimanda all’atto di “mettere insieme”, “unire per creare un intero”. Esser-ci nel  mondo è per ognuno di noi, in un certo senso, un’apertura: una capacità di far entrare e percepire dando un senso, una direzione al flusso delle cose che ci investe continuamente fin dalla vita intrauterina. Ciò che cogliamo del mondo e ciò che possiamo pensare del mondo e della nostra relazione con esso è ciò che definiamo realtà.

Un giorno Heinz Von Foerster, uno dei padri della cibernetica, per rispondere ad una domanda di Umberta Telfner che gli chiedeva “che cos’è la realtà?”, raccontò la seguente storia: “Un prete islamico, un Mullah, sta cavalcando nel deserto quando vede tre uomini e dei cammelli in lontananza. Li raggiunge e li saluta, chiedendo loro la ragione di tanta tristezza. “Nostro padre è morto.” “Questo è molto triste, ma sicuramente Allah lo ha accettato. Vi deve avere lasciato qualcosa.” “Ci ha lasciato quello che possedeva, questi diciassette cammelli e ci ha chiesto di spartirli fra di noi. Il fratello più vecchio dovrebbe avere la metà dei cammelli, il secondo un terzo, e l’ultimo un nono. Abbiamo provato ma ci è risultato impossibile con diciassette cammelli.” Il prete comprende il problema, aggiunge il suo cammello e comincia a dividere: la metà di 18 è 9; un terzo è 6; un nono è 2. 9+6+2=17. A questo punto salta in groppa al suo cammello e si allontana.”. (Sistemi che osservano, pag. 49)

Il diciottesimo cammello, quello aggiunto dal Mullah per mettere ordine e per rendere comprensibile una realtà altrimenti confusa, compie, su tale realtà, la stessa operazione che compie quella che potremmo chiamare una proiezione creativa: aggiunge al sistema quel tanto che necessita per renderlo osservabile.

E se è vero che osservare è cogliere una differenza o, se vogliamo, compiere quel gesto che, estrapolando una figura dallo sfondo, ci permette di vederla, il diciottesimo cammello e la proiezione creativa sono azioni che permettono quell’aggiunta di sfondo che è necessaria alla comprensione.

E’ quello che succede a volte in psicoterapia quando un’interpretazione del terapeuta permette di aggiungere senso alla visione che il paziente ha di se stesso e della propria vita. E’ questa iniezione di senso che permette alla coppia terapeutica di osservare insieme qualcosa che fino a quel momento era apparentemente inosservabile. Capita così che, durante una seduta, si riesca ad inserire “dall’esterno” dei significati e a comprendere insieme al paziente. Ogni interpretazione riuscita (non solo quelle dei terapeuti) è un “diciottesimo cammello”: qualcosa che rinforza il fiume dell’integrazione, rendendolo armonico e ricettivo, né rigido né caotico.

Quando il flusso di integrazione si indebolisce spostandosi verso la sponda della rigidità, quello che succede alla nostra mente è una perdita di flessibilità: viene a mancare quella capacità di ordinare il mondo e di dargli un senso che, normalmente, ci permette di sentirci sufficientemente “forti” e padroni della situazione.

Ci troviamo così nella stessa situazione in cui si trovavano i fratelli della storiella di Von Foerster: stiracchiamo la realtà nel tentativo di controllarla dimenticando ciò che dobbiamo aggiungere ad essa, ciò che continuamente aggiungiamo, quasi senza accorgercene, ogni volta che ci sentiamo in armonia e sintonizzati. E’ un quid più “intuitivo e sentimentale” che “solo razionale”.

Questo implica che prima di agire e di re-agire nei confronti del mondo, è nostro compito osservare quali delle nostre convinzioni stiamo sovrapponendo alla realtà (i fratelli della storiella aggiungevano la propria rigidità e la propria avidità di dividere prima di cogliere la natura del problema).

Molto spesso queste convinzioni non sono nient’altro che vecchi schemi del passato e: “Più abbiamo sofferto di umore depresso in passato, più saranno negative le immagini e le conversazioni interiori innescate dal nostro umore attuale e più la nostra mente sarà dominata da questi schemi. Ma a noi sembrano reali ora. Questi schemi… ci risultano familiari, ma invece di interpretare il senso di familiarità come un segnale che la mente sta ripercorrendo vecchi binari, lo prendiamo come una indicazione della veridicità di tutti questi modi di sentire.”. (Ritrovare la serenità, pag. 35)

La mente è piena di considerazioni che sono l’opposto del diciottesimo cammello. Possiamo chiamarle proiezioni distruttive: vecchi schemi che sovrapponendosi alla realtà la rendono ostile, difficile, deprimente.

Distinguere fra le nostre proiezioni è il modo per tenere fluente l’integrazione e per muoverci nel mondo usando il pensiero invece che venendo usati da esso.

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