Sulla depressione II parte: antidoti

“Chi cerca esseri umani
troverà acrobati”
P.Sloterdijk

Cosa dovrebbe cambiare per far sì che il cambiamento non ci travolga?

Alla fine dell’ultimo post ponevo questa domanda con lo scopo di tener aperta la riflessione sulla capacità di sopravvivere senza deprimersi in un mondo che cambia velocemente e nel quale le vecchie strategie di adattamento sembrano destinate a fallire.

“Una teoria sulla depressione è che la capacità del cervello di cambiare in risposta all’esperienza si è bloccata”. E’ quanto sostiene D.Siegel parlando di una sorta di rigidità in quello che definisce “fiume di integrazione”: il lavoro che la mente svolge per leggere e assimilare il continuo flusso di informazioni che arrivano “dal mondo” e che, se non fossero integrate, rischierebbero di sommergerci.

Il fiume di integrazione è, insomma, una sorta di incanalamento delle percezioni, qualcosa che avviene fra “l’interno e l’esterno” e che ci permette di continuare a distinguere fra noi e il mondo e di scegliere, via via, le risposte che diamo a determinati stimoli. La mente svolge continuamente questa funzione senza la quale la realtà verrebbe percepita come un insieme caotico e incomprensibile di stimoli. Grazie all’integrazione riusciamo invece a dare un senso al mondo che ci circonda e, per usare la metafora dell’ultimo saggio, a camminare nel giardino senza considerarlo una giungla troppo pericolosa o, all’opposto, trovarlo scontato e noioso.

“Il canale centrale del fiume è il flusso in continuo cambiamento dell’integrazione e dell’armonia. Un argine del flusso è il caos, l’altro la rigidità. Caos e rigidità sono le due sponde del fiume dell’integrazione. Talvolta ci muoviamo verso la sponda della rigidità – ci sentiamo bloccati. Altre volte ci accostiamo al caos – la vita ci appare imprevedibile e fuori controllo. Ma in generale quando ci sentiamo a nostro agio ci muoviamo lungo il sentiero tortuoso dell’armonia, il flusso integrato di un sistema flessibile. Percepiamo qualcosa di familiare, ma non ci sentiamo presi in trappola da esso. Viviamo sulla soglia dell’ignoto e abbiamo il coraggio di muoverci in acque nuove e mai solcate prima.” (D.Siegel, Mindsight, pag.83)

Tutto questo quando le cose funzionano, quando riusciamo a mantenere armonioso il flusso: state leggendo perché state integrando…. altrimenti le parole sul video diventerebbero un insieme insensato di segni e sareste sul versante del caos…. se, invece, vi spostaste verso la rigidità, potreste fissarvi su una singola parola…. chiedervi se “integrazione” è davvero il termine giusto per definire quello che state facendo…. spendere ore a rimuginare sulla vostra incapacità di leggere la realtà.

Chi fa il mio lavoro sa bene che gli attacchi di panico sono un fallimento dell’integrazione e una deriva verso il caos (un’incapacità improvvisa e terrorizzante di continuare a muoversi agevolmente nella vita); mentre la depressione è un vero e proprio intrappolamento nella rigidità (una caduta in una serie di opinioni negative e troppo severe su se stessi che sono in grado di trasformare la tristezza in una vera e propria paralisi, in un’immobilità rimuginante e senza via di uscita).
In entrambi i casi “il cambiamento ci travolge”: nel panico il mondo diventa caotico, nella depressione la realtà si trasforma in una triste prigione.

E se è vero che, in parte, potremmo accusare il mondo di essere sempre meno integrabile e sempre più illeggibile, è altrettanto vero che dobbiamo cercare in noi la risposta al problema e poi, eventualmente, applicarla al mondo.
Alla fine dell’ottocento e all’inizio del secolo scorso la Psicoanalisi teorizzò un modo per rompere il “loop della colpa” e per liberare i pazienti dai legacci di un giudizio troppo rigido su se stessi. L’analista diventava per il paziente una sorta di padre più comprensivo e meno severo di quello interiorizzato; una figura che gli permetteva di indagare la propria psiche senza sentirsi né condannato né assolto ma, piuttosto, ascoltato e capito.

Ma oggi? Come fare ora che, come dice il filosofo Galimberti, siamo passati da una società basata sulla disciplina a una ossessionata dall’efficienza e dalla performance?

Credo che un buon antidoto sia, innanzitutto, quello di chiedersi “Cosa c’è al polo opposto della depressione?”: fino alla metà del secolo scorso bastava essere disciplinati e seguire certe regole condivise di comportamento per non essere depressi – bastava studiare, avere un buon lavoro, fare il proprio dovere, mettere su famiglia…; ma oggi il contrario della depressione non è più la disciplina: è sempre più difficile trovare un posto in cui “limitarsi a svolgere il proprio dovere”; lo stesso concetto di disciplina sembra obsoleto… cosa devo essere, oggi, per non essere depresso?

Basta riflettere un po’ per capire che la risposta non può essere “adeguato e performante”: sarebbe infatti come rispondere che il modo per uscire dalla trappola è quello di entrarci. Più cercheremo di adeguarci e di avere tutte le carte in regola più l’integrazione fallirà spostandosi verso la sponda della rigidità. Avere tutto sotto controllo è una strategia perdente quando il terreno sul quale ci si muove è in continuo movimento.

L’esercizio deve essere un altro e deve puntare ad un cambiamento più sostanziale, qualcosa che promuova una modifica dello stile e una trasformazione del nostro modo di percepire il mondo.

Credo che quello che Galimberti definisce Radicalizzare la Domanda sia un buon antidoto al male di cui soffriamo.

Quella di cui soffriamo oggi non è la stessa depressione di cui si soffriva cinquant’anni fa e le domande con cui ci interroghiamo su di essa non possono essere le stesse. Il soggetto che vive la depressione non è più lo stesso.

Se è il mondo in cui sono immerso che riesce a rendermi costantemente inadeguato e depresso, dovrò chiedermi: “Cosa può immunizzarmi da questo mondo?”, “Su quali idee devo interrogarmi e quali idee mi vengono imposte?”, “Chi continua ad alzare l’asticella e come fa ad ottenere il mio accordo?”.

Sono domande che di solito non ci poniamo. Ma è incominciando a porcele che possiamo rompere il circolo vizioso che ci porta a rispondere con una performance ad ogni richiesta.
Allargare le domande e renderle più profonde per pensare diversamente e per trovare dentro di noi le risposte invece di rispondere sempre al mondo.

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