Sul buon uso dell’ignoranza

“Siamo come nani sulle spalle
di giganti, così che possiamo
vedere più cose di loro
e più lontane, non certo
per l’altezza del nostro corpo
ma perché siamo sollevati
e portati in alto dalla
statura dei giganti”
Bernardo di Chartres

“Ci sono, purtroppo, tanti nani miopi
e, per di più, senza occhiali”
Anonimo

Ciò che mi spinge a scrivere oggi è una riflessione sull’atto dell’esprimere giudizi. Uno di quei pensieri in embrione che con ogni probabilità sono la risposta a una serie di temi di attualità che vengono proposti e riproposti in tante salse diverse e che, alla fine, creano una sorta di contesto nel quale ci si sente quasi in dovere di prendere posizione. Mi riferisco, ad esempio, a quello che ognuno di noi conosce ormai come il “caso Meredith”, l’assoluzione di due ragazzi imputati e reclusi per più di quattro anni e assolti e liberati dopo il processo d’appello.

I giornali degli ultimi tempi danno conto, con più o meno enfasi, non solo del processo, dei risultati e delle reazioni dei diretti interessati ma anche, naturalmente, delle idee della gente che ha assistito a tutto il clamore mediatico che questo fatto ha suscitato (abbiamo voluto che suscitasse).

La cosiddetta opinione pubblica è, come sempre succede in questi casi, divisa fra innocentisti e colpevolisti e “il fatto” va ad aggiungersi ai tanti altri, alcuni dei quali meno gravi e, sicuramente, meno seri che ci spingono a prendere una posizione e ad esprimere un giudizio.

Naturalmente non è certo con un saggio semi serio che mi metterò ad affrontare il tema, tanto discusso da queste parti e in questi ultimi tempi, della “questione morale”.

Quello che sto facendo, invece, è scrivere un po’ dei pensieri che questo tema dell’innocenza e della colpa evoca in me. Mi esercito, in questo saggio, a fare quello che spesso chiedo ai miei pazienti di fare: scoprire quale è il filo dei pensieri che li ha portati a certe conclusioni.

Questo metodo è una sorta di riflessione sulle libere associazioni, un guardare a ritroso seguendo quell’adagio che descrive il modo di muoversi di chi vaga: “Viandante non c’è via, solo scie nel mare”.

E’ osservando le tracce che abbiamo lasciato portando avanti il nostro cammino che ci rendiamo conto di quale tratto abbiamo percorso ed è, poi, interrogandoci su “quale bussola abbiamo usato” che possiamo scoprire almeno un po’ del senso del nostro errare.

Come ci orientiamo quando esprimiamo un giudizio? A partire da quale convinzione intraprendiamo certe azioni, compiamo certi gesti? Cosa ci spinge a condannare certi comportamenti e ad assolverne altri? E, per usare la metafora dell’incipit, dalle spalle di quale gigante il nano ha guardato il mondo?

Una domanda di questo tipo non pretende una risposta immediata. Serve piuttosto a ricordarmi che il mio giudizio è sempre condizionato perché parte comunque da una presa di posizione che mi porta a vedere le cose da una certa angolazione e, quindi, ad escludere tanti altri modi di guardare e di interpretare il mondo. Serve inoltre a ricordarmi che, a volte, “dimentico di essere sulle spalle di qualcun altro”, dimentico cioè che il paesaggio che sto osservando è frutto delle convinzioni che ho assorbito, dei punti di vista nei quali sono relegato o in cui sono continuamente immerso.

In questo senso la metafora del nano e del gigante può essere letta in un modo molto diverso da quello originale. Bernardo di Chartres, a cui è attribuita e altri grandi, fra i quali Newton, che l’hanno usata, rendevano omaggio ai loro predecessori che con il loro lavoro e con le loro scoperte avevano costruito quella “summa”, quell’altura di conoscenza, sulla quale loro erano saliti e dalla quale potevano osservare. In questo saggio, molto più prosaicamente, il gigante è “ciò da cui devo innanzitutto scendere”, potrebbe essere un cumulo di spazzatura; finchè ci sto sopra potrei non accorgermi degli altri punti di vista che ho attorno e che potrei assumere; soprattutto non posso prenderlo come un dogma perché, a quel punto, dimenticherei di interrogarmi e proprio la sua altezza determinerebbe la mia miopia.

Insomma, tanto per usare una storiella, se dimentico di chiedermi su quali spalle sto appoggiato e con cosa sto facendo luce in questo angolo di realtà, faccio come quell’ubriaco che di notte, sotto a un lampione, cercava disperatamente le chiavi di casa che aveva perduto. Dei passanti decisero di aiutarlo nella ricerca e uno di loro, dopo un po’, gli chiese. “Ma è sicuro di averle perse qui?”. Alla risposta negativa di questi gli chiese perché non cercava anche da altre parti e si sentì rispondere: “Cerco qui perché qui c’è la luce del lampione mentre dalle altre parti c’è buio!”.

______________

Lo scrittore e filosofo Mark Rowlands nel suo libro “Animals like us” (il libro non è ancora tradotto in italiano e le citazioni che compariranno qui sono in ordine sparso) offre quello che, secondo me, è un ottimo modo per “scendere dalle spalle” di tante credenze e di tanti punti di vista assunti e dati per scontati.

Egli parte da quella che il filosofo John Rawls definisce Posizione Originaria: “…Immagina, o tenta di immaginare, di non sapere niente riguardo a te stesso. Non conosci il tuo sesso. Non conosci la tua razza. Non hai idea del tuo posto in società, non sai se sei ricco o povero, impiegato o operaio. Non sai nemmeno quanto sei stato fortunato nella distribuzione dei talenti naturali: se “Dio” ti ha dato intelligenza, bellezza, forza, fascino…Questa è la descrizione di ciò che Rawls chiama la Posizione Originaria. In questa posizione tu sei dietro ad un Velo di Ignoranza; non conosci nessuno dei fatti che determinano che tipo di persona tu sei. E’ a partire da questa sorta di ignoranza che, Rawls pensa, dovresti tentare di costruire il modello di una società umana ideale.”

Usando questa cornice teorica come punto di partenza, Rowlands giunge a stabilire quella che secondo lui dovrebbe essere una sorta di “macchina euristica”: un aiuto per pensare e un metodo per affrontare problemi e distanze morali. Questa macchina viene definita dall’autore Posizione Imparziale: “Io, di fatto, possiedo la proprietà di essere un maschio (o una femmina). Ma se non avessi questa proprietà? Come mi piacerebbe che fosse il mondo?…Ho la proprietà di essere bianco o nero o di qualsiasi altra razza. Ma supponiamo di non avere queste proprietà. Come vorrei che fosse il mondo se non sapessi di che razza sono?” (Corsivi miei).

Va da sé che quando mi metto nella Posizione Imparziale scendo dalle spalle di un bel po’ di giganti: diventa difficile dire “rimandiamo a casa i clandestini” se smetto di essere sicuro della mia cittadinanza; e non è più facile “essere contro ogni forma di amnistia e di indulto” se comincio ad avere dei dubbi sulla mia condizione di libero cittadino.

Ovviamente come dice lo stesso Rowlands: “Quando parliamo di Posizione Imparziale non stiamo parlando di una situazione in cui tu ti potresti letteralmente trovare. Non è che tu puoi essere “nella” Posizione Imparziale nello stesso modo in cui sei in una casa, in una macchina o in un paese. Di fatto, la Posizione Imparziale non è nemmeno una situazione possibile o immaginabile e, meno che mai, reale. Nessuno può veramente non sapere niente riguardo alle proprie proprietà.”.

E tuttavia, a secondo dell’argomento morale che si desidera prendere in esame, si può fare l’esercizio di imparzialità che Rowlands suggerisce.

Possiamo chiederci quando riflettiamo, ad esempio, sulle differenze fra i sessi: “Ora che ignoro il mio genere, che non so se sono maschio o femmina, omosessuale, eterosessuale o bisessuale, come vorrei che fosse il mondo? Preferirei un posto dove la differenza di genere diventa irrilevante o un mondo in cui i maschi hanno più potere delle femmine, gli eterosessuali sono più “sani” degli omosessuali, ecc.?”.

Diventa facile rispondere così come diventa facile far dividere una torta esattamente in parti uguali: basta far sapere a chi taglia che lui sarà l’ultimo a scegliere e che non saprà in anticipo l’ordine in cui gli altri sceglieranno.

Ed è un buon uso dell’ignoranza quello che ci fa scendere dal piedistallo su cui eravamo saliti per giudicare; quello che ci fa riflettere sulle nostre convinzioni e che ci spinge a guardare oltre al rassicurante cono di luce che stringe la nostra visuale dandoci l’illusione di una conoscenza che, spesso, è semplice pregiudizio.

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2 risposte a Sul buon uso dell’ignoranza

  1. daniela ha detto:

    Decisamente impegnativo, da leggere e rileggere. ottimo!!

  2. Alice Twain ha detto:

    Pare adeguato che proprio pochi minuti fa (e di nuovo adesso) stessi ascoltando questa http://www.youtube.com/watch?v=49AMohGRtow

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