Dove si nasconde la felicità?

“Nulla è più difficile da sopportare
di una serie di giorni felici”
Proverbio Popolare

Capita, al ritorno dalle ferie, di interrogarsi, dopo un po’ di giorni di lavoro, su dove se ne sia andata a finire quel po’ di felicità raggiunta con le vacanze. Anche quest’anno l’immancabile ricerca ISTAT conferma che almeno un italiano su dieci soffre di stress post vacanze. Questa sindrome che “nei casi più gravi dura anche mesi” annovera fra i disturbi più comuni “mal di testa, stordimento, irritabilità, dolori muscolari, inappetenza e, nel peggiore dei casi, depressione” (dal sito “Nienteansia.it”).

Questo breve saggio non ha lo scopo di consigliare una serie di rimedi atti a superare quella che gli psichiatri Anglosassoni, sempre solerti nella catalogazione delle sindromi, hanno definito “Post-vacation blues”. Intende piuttosto riflettere su dove vada a finire la felicità: non solo quella che si incontra o si spera di incontrare durante le vacanze, ma anche quella che si mette nei pacchi dono a Natale, quella dei week-end, degli scatti di carriera e dei traguardi raggiunti.

La domanda è volutamente paradossale e chi ha letto qualcun altro dei saggi semi seri dovrebbe ormai essere abituato al metodo: le domande paradossali servono a mettere in luce i paradossi. Mi chiedo dove si nasconde la felicità perché nella lista dei rimedi alla “depressione post vacanze” si va dal consiglio di fare lunghe passeggiate, alla promozione di abbonamenti in palestra, al suggerimento di una visita psichiatrica per capire se davvero l’ansia e l’angoscia sono solo passeggere, alla “cura dell’uva rossa”(sic).

E siccome sono convinto che, come ebbe a dire il filosofo Severino: “La vera salute può venire solo dal riconoscimento della vera malattia” non posso che chiedermi come mai qualcosa di così voluto, di così ostinatamente cercato e desiderato, svanisca così facilmente. So bene, naturalmente, che su questo problema si sono scervellate generazioni di filosofi e di terapeuti. So anche che certe domande non giungono mai ad una risposta. Ma a questo serve un saggio semi serio: indica alcune risposte ridicole, cerca di rendere le domande più penetranti, accenna a delle risposte che sono problematiche e che aprono ad altre domande.

E dunque…dove si nasconde la felicità?

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Nell’introduzione di un suo libro del 1983 “Istruzioni per rendersi infelici” il filosofo e psicoterapeuta P.Watzlawick cita un passo uscito dalla penna di F.Dostoevskij: “Da un essere umano, che cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine come sul pelo dell’acqua; gli si dia di che vivere, al punto che non gli rimanga altro che dormire, divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell’umanità; ebbene, in quello stesso istante vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco perfino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva condizione un proprio funesto e fantastico elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità…”. Rinuncerà cioè alla felicità pur di mantenere certe convinzioni o certi atteggiamenti a cui è abituato e a cui non riesce proprio a rinunciare.

Da grande conoscitore dell’animo umano quale era, l’autore de “I Demoni” e di “Delitto e Castigo”, sapeva con certezza che l’uomo che tocca la gioia farà velocemente qualcosa per liberarsene e troverà un modo per rimettersi alla ricerca perché…ormai è persa.

Qualcos’altro prende il posto della felicità e se diamo credito a Dostoevskij dobbiamo pensare che non si nasconda nei luoghi di vacanza. Non siamo affatto sicuri che la ritroveremo lì l’anno prossimo…stessa spiaggia, stesso mare.

Dobbiamo piuttosto chiederci: cosa fa l’uomo? Quale sua azione sembra allontanare un bene prezioso come la felicità? E’ il semplice ritornare al lavoro dopo le vacanze? O è piuttosto un abito che indossa più o meno consapevolmente, una sorta di deprimente completo grigio, che lo rende infelice? Credo che, messa in questi termini, la domanda diventi più efficace; possiamo cioè chiederci: cosa prende il posto della felicità?

E questo mi ricorda una storiella in cui si racconta di un uomo che batteva le mani ogni dieci secondi. Interrogato sul perché spendesse la giornata a compiere un tale gesto rispose che lo faceva per “scacciare gli elefanti”. E quando cercarono di fargli notare che in giro non ce ne erano proprio di elefanti, lui rispose: “Appunto!”.

Sembra una vera follia ma chi fa il mio lavoro sa bene quanta energia venga spesa nel tentativo di allontanare un problema che, molto spesso, viene tenuto in vita proprio dalla soluzione che tenta di evitarlo.

A volte, come l’uomo che si spella le mani per allontanare improbabili elefanti, anche noi ci lasciamo imprigionare da gesti che magari hanno funzionato in passato ma che ora sono diventati delle nevrosi: delle difese che hanno sopravvissuto alla propria utilità.

Se siamo fortunati, quando andiamo in vacanza ci liberiamo, almeno temporaneamente, da certi “abiti” che usualmente indossiamo. Per un po’ ci sentiamo più leggeri, ma non è che “non ci sono elefanti da scacciare”, è che “abbiamo smesso di battere inutilmente le mani”.

Lo scopo non può essere quello di allontanare lo stress e di tirare avanti senza soffrire troppo fino al prossimo periodo di felicità. Questa è una cosa che quasi tutti sanno in qualche modo fare anche senza i consigli degli esperti. Lo scopo è quello di ripensare certi concetti, la felicità e l’infelicità, la ricerca e il raggiungimento, la durata di certi stati d’animo e la loro scomparsa. Ed è quello di scartare quelle soluzioni che, ripetendosi in automatico, perpetuano il problema.

Dove si nasconde la felicità? Una risposta semi seria è che se ne è andata insieme agli elefanti. Potremmo provare ad abbandonare certi gesti; vedere cosa succede quando smettiamo di difenderci compulsivamente e indossiamo atteggiamenti diversi. Magari, fugacemente, la felicità ricompare.

O magari, come Dostoevskij (citato ancora una volta da Watzlawick con cui sono in debito anche per alcuni dei concetti che ho espresso) fa dire a Kirillov ne “I Demoni”: “L’uomo è infelice perché non sa di essere felice. Soltanto per questo. Questo è tutto, tutto! Chi lo comprende sarà subito felice, immediatamente, nello stesso istante…”.

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