Lo psicologo furioso

“Definirò ‘domanda illegittima’ quella domanda
di cui si conosce già la risposta. Non  sarebbe
affascinante immaginare un sistema di istruzione
che chieda agli studenti di rispondere solo a
‘domande legittime’, cioè a domande le cui
risposte siano ignote?”
Heinz von Foerster

Il lettore che decida di leggere qualcuno dei pezzi che compaiono e che compariranno in questo sito si troverà di fronte a due tipi diversi di furore e a due diversi modi di osservare e di descrivere gli oggetti di cui via via tratto.
Le “Cronache del labirinto” nascono numerate, dalla prima e più distante nel tempo all’ultima e più recente. Parlano del mio lavoro di psicoterapeuta e contengono delle riflessioni sui sintomi e sulle cure.
Il labirinto di cui scrivo in ognuna di esse è quello che si viene a creare tra me e un paziente immaginario che è in qualche modo il rappresentante delle persone che vedo ogni giorno nelle ore di seduta, senza essere nello specifico nessuna di esse.
Nell’incontro tra la mia psiche e quella di questo paziente prendono forma alcune delle domande e delle narrazioni che riporto poi nelle cronache.
Il furore che il lettore potrà percepire leggendole è simile a quello che Giordano Bruno definiva “eroico”. Esso corrisponde ad una specifica passione umana: quella di porsi domande che aumentino la conoscenza e la consapevolezza e di continuare a porsele anche dopo essere giunti alla convinzione che il domandare non avrà mai fine.
Naturalmente siccome il mio lavoro è quello dello Psicologo Clinico questo furore non può puntare solo alla conoscenza ma deve essere lo strumento per formulare domande che siano curative.
Nelle prime due cronache do un’idea di come quella che Freud definì “la cura con le parole” possa diventare il metodo per cominciare ad usare la complessità del labirinto come una risorsa invece che come un problema.
Ed è proprio il tema della complessità come risorsa che genera il secondo tipo di furore, quello che, per usare una metafora idraulica, fuoriesce dalle cronache per riversarsi in quelli che chiamo “Saggi semi-seri”.
Un saggio è semi-serio quando nasce come riflessione spontanea su una di quelle situazioni che Ennio Flaiano, riferendosi alla scena politica italiana degli anni ’70, definì “grave ma non seria”.
A me capita spesso, magari dopo una giornata di lavoro con i miei pazienti, dopo avere esercitato insieme ad ognuno di loro lo sforzo di guardare un problema da tanti punti di vista per coglierne l’ampiezza e la complessità, di imbattermi in una di quelle banalità tipo: “Bisogna rimandarli tutti a casa, prima ancora che sbarchino” o, anche  (più intellettuale): “Devi imparere a volere bene a te stesso prima di volere bene agli altri”. Sono frasi che si ascoltano in treno, che si leggono sui manifesti e che si incontrano nelle situazioni sociali in cui ognuno di noi si trova ad essere coinvolto durante la giornata.
Lo scontro fra la passione per l’osservazione e l’apertura e l’abitudine onnipresente a banalizzare il mondo con risposte stereotipate, fa sorgere in me quel furore che dà origine ai “Saggi semi-seri”.
In ognuno di essi parto da quella che, dal mio punto di vista, è una stupida semplificazione della realtà per proporre, sullo stesso argomento, non tanto conclusioni diverse quanto nuove domande e nuove ottiche da cui “osservare il paesaggio”.
Se il furore di cui parlo nelle cronache è lo sforzo per comprendere e per curare, quello dei saggi semi-seri si limita a togliere alcuni veli, quelli che per me sono più ovvi, e ad incoraggiare il lettore a compiere la stessa opera di svelamento.

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