“Consigli degli esperti”

Follia: ripetere continuamente le stesse azioni
aspettandosi un risultato diverso.
A. Einstein

Ho appena riletto un pacato articolo di “Repubblica” dello scorso 13 aprile. Uno di quegli articoli delle pagine di attualità che citano un paio di esperti e un paio di addetti ai lavori e dispensa buoni consigli su “come fare”.
E’ intitolato “Insulti, volgarità bugie se vuoi essere assunto attento a cosa scrivi sul web”. Il sottotitolo è “Sette imprese su 10 spiano i candidati su Facebook”.
Ne ero uscito indignato, da questo articolo, quando l’ho letto, e anche ora che l’ho ripreso con più calma, pur non trovando niente di insensato o di particolarmente scorretto fra le sue righe, faccio fatica a placare la rabbia che monta in me e che mi spinge a scrivere.
E siccome faccio lo psicoterapeuta non è che posso fermarmi alla rabbia e alla sua espressione: sono abituato a cercare di capire cosa mi fa arrabbiare; mi serve per far luce sulle mie reazioni e per aiutare i miei pazienti a comprendere le loro e, magari, a controllarle.
Cosa  mi fa arrabbiare? L’articolo in sé è di una saggezza che definirei banale. Ricordo che già mia nonna, molto prima di Facebook e dei Pc mi suggeriva di non scoprirmi troppo, a scuola, quando scrivevo un tema.
L’idea, allora come adesso, era quella di smussare gli angoli per rientrare in una norma accettabile, con l’accortezza di essere però anche un po’ originale (ma non troppo) e di dire alcune di quelle cose che al maestro avrebbero fatto piacere, ma sempre senza strafare.
Ecco, questo articolo dice, con un linguaggio molto più moderno, le stesse identiche cose.
Non mi arrabbiavo con la nonna (che negli anni ’60 si considerava un’autorità in materia perché diceva di avere insegnato, anni prima, alle elementari) perché devo arrabbiarmi adesso con un articolo di giornale che dice cose di altrettanto buon senso?
Mah….forse perché ogni cosa ha uno sfondo e un articolo di attualità ha come sfondo l’Attualità.
E lo sfondo attuale che sta dietro questo articolo (quello più immediato, senza mettersi a discutere di Massimi Sistemi) è il seguente: ci sono 18 milioni di italiani che hanno un profilo su Facebook; metà di loro ha un’età compresa fra i 18 e i 34 anni; 9 milioni di persone giovani in “età da lavoro”, insomma; possiamo supporre che molti di loro vogliano cambiare lavoro, che molti altri non ce l’abbiano da un po’ di tempo o che, addirittura, stiano cercando un primo impiego.
Inoltre tutti questi individui sono continuamente bombardati da messaggi che li invitano ad esagerare. Quasi tutti gli idoli (non solo le rock star, gli attori e gli artisti ma, in generale, le persone di successo) sono per definizione fuori dalla norma.
E nello sfondo di ognuno degli utenti di Facebook, nello sfondo “attuale” di ognuno di noi, il messaggio non è “sii normale” ma, piuttosto, “cerca di dare nell’occhio”.
L’articolo di cui sopra invece, con il suo buon senso sociologico, dice: “Guarda….devi spiccare rispetto agli altri….si deve vedere dal tuo curriculum vitae che sei uno in gamba, che hai fatto esperienza all’estero e che ,se sei stato solo tre settimane in un’azienda, non te ne lamenti ma scrivi ‘Esperienza breve ma intensa’ (sic). Tuttavia, da un’altra parte, quella in cui ti si chiede di apparire e di essere figo, quella in cui se hai un profilo normale vieni considerato uno sfigato e al tuo curriculum vitae non sono particolarmente interessati….lì, su Facebook, stai attento a quello che scrivi: niente commenti razzisti e discriminatori, nessuna opinione negativa sui tuoi ex datori di lavoro, non parlare di alcool o droghe.”
In poche parole, sette imprese su dieci spiano i candidati su Facebook e devi stare attento a quello che dici di te in un posto in cui la regola non scritta ma universalmente accettata è “sii straordinario!”.
Insomma se è vero che sette aziende su dieci spiano i candidati su Facebook, il consiglio più sensato per una persona che cerca lavoro dovrebbe essere: “non avere un profilo su Facebook”.
Ma sappiamo bene che questo non è possibile: quando si è uno di 18 milioni di individui che usufruiscono di un servizio, tirarsi fuori significa in qualche modo emarginarsi e rinunciare ad una possibilità di comunicazione.
Pochi sarebbero disposti a farlo e a tutti quelli che rimangono non resta che esercitare una oculata autocensura, il chè è esattamente ciò che la regola non scritta vigente in questo contesto dice che non bisogna fare.
Una situazione di questo tipo viene definita in psicologia “Doppio Vincolo”. Il Doppio Vincolo è un concetto psicologico elaborato dall’antropologo Gregory Bateson che in una celebre esemplificazione del suo funzionamento riporta l’episodio di un incontro in ospedale psichiatrico fra un ragazzo affetto da schizofrenia e sua madre.
Il ragazzo che è ricoverato da parecchio tempo, al primo incontro con la madre tenta goffamente di abbracciarla; questa si irrigidisce e il ragazzo, a questo punto, si ritrae, al chè la madre lo rimprovera dicendogli che “Non deve avere paura di esprimere i propri sentimenti”. In sintesi: se il paziente si esprime riceve un rifiuto sul piano non verbale e se, a quel punto, decide di smetterla di esprimersi, riceve un rimprovero sul piano verbale.
In entrambi i casi se gioca perde e non può non giocare.
Ecco perché uno psicoterapeuta tende ad arrabbiarsi quando sente la puzza di un Doppio Vincolo ed ecco perché mi irrito quando leggo questo innocuo articolo su Repubblica e quando mi finisce l’occhio sul finale dell’articoletto che gli fa da spalla in cui il Presidente del Gruppo Intessettoriale dei Direttori del Personale dice cosa consiglierebbe di inventarsi ad un over 45 che vuole rientrare nel mercato del lavoro.
Dice il Presidente con trentennale esperienza (sic): “Deve aprire un sito web in cui racconta in dettaglio il percorso compiuto e fare capire, con professionalità, che non disdegna una posizione non collimante con il suo ultimo impiego o con una retribuzione per lui non congrua”.
Mio nonno che era meno politicamente corretto della nonna definiva questa strategia “mettersi a 90 gradi”.
Ma, per carità, è comprensibile: dato il contesto pazzo ci sta che la mamma dello schizofrenico si irrigidisca e poi pontifichi e ci sta che le Risorse Umane invitino a farsi vedere per poi inginocchiarsi.
Ma mi viene in mente un pezzo del filosofo Emanuele Severino che nel 1969 scriveva: “….Ma chi se ne preoccupa? L’Occidente è una nave che affonda, dove tutti ignorano la falla e lavorano assiduamente per rendere più comoda la navigazione, e dove, quindi, non si vuol discutere che di problemi immediati, e si riconosce un senso ai problemi solo se già si intravedono le specifiche tecniche risolutorie. Ma la vera salute non sopraggiunge forse perché si è capaci di scoprire la vera malattia?”.

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