Cronaca 1 – Il labirinto

“All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici
viene desiderio di una città”
Italo Calvino

Con questa prima cronaca comincerò a dare un’idea di quello che intendo quando parlo di labirinto.
Sono stato tentato di darne una sorta di definizione o di descrizione rigorosa, ma sono consapevole del fatto che ogni definizione sarebbe restrittiva e che, nel tentativo di descriverlo, non farei altro che un giretto, più o meno tortuoso, nei suoi meandri.
Ecco perché preferisco mostrarne delle parti usando alcuni degli argomenti in cui mi imbatto quotidianamente quando, nel mio lavoro, affronto i nodi, gli inghippi, i sintomi e le sofferenze di cui, chi viene nel mio studio, parla.
Le “Cronache del labirinto” sono il mio modo per parlare del “luogo” che frequento con queste persone.
Ogni giorno ascolto il flusso delle parole con cui i miei pazienti descrivono se stessi e il loro mondo. Rispondo con il mio flusso di parole e, nell’intrecciarsi delle nostre descrizioni, il labirinto comincia a prendere forma.
Essendo la psicologia una disciplina che ha la presunzione di farsi largo attraverso i meandri della psiche facendo uso della psiche stessa, è inevitabile che spesso si ritrovi persa nel labirinto.
E a volte il labirinto è un vero casino: capita di dover tornare per dieci volte nello stesso punto, a sperimentare le stesse emozioni, arrivandoci da strade diverse e cercando di uscirne da uscite diverse nel tentativo di non doverci tornare ma sapendo, nel momento stesso in cui ci si allontana, di avere imboccato una strada che riporterà allo stesso posto.
Detto così sembra frustrante ma ognuno di noi sa quanto spesso la mente, la propria mente, sia tutt’altro che un luogo ordinato in cui tutto è dove dovrebbe essere e in cui è facile orientarsi. E se la mia percezione della mia mente è quella di un posto complicato che nemmeno io conosco bene, di cui nemmeno io ho una mappa dettagliata, come posso pensare che il tipo da cui vado in seduta ci si orienti alla grande e la trovi un luogo familiare?
Guardando la scena dal di fuori si potrebbe supporre che quello dei due che fa il terapeuta parta dal presupposto di poter aiutare l’altro ad orientarsi. E’ come se lo psicologo pensasse: “Sono convinto che con il mio aiuto ne verrà a capo, lo aiuterò a uscire dal labirinto!” Io credo tuttavia che subito dopo aver fatto questo pensiero ne debba scattare nella sua mente un altro che dice: “Un momento….sono davvero convinto di questo?”.
Personalmente non lo sono affatto e, anzi, penso che l’idea di dover aiutare una persona  a risolvere i propri problemi sia una delle cose su cui chi fa il mio lavoro dovrebbe riflettere con più attenzione.
So che un paziente che decide di intraprendere una terapia vuole risolvere un problema: chi soffre di attacchi di panico vuole non provare più quella paura che lo attanaglia e lo paralizza, un depresso vuole poter tornare a sorridere alla vita e un ansioso vorrebbe ritrovare la serenità. Ma, ciò nonostante, penso che un terapeuta dovrebbe essere innanzitutto interessato e incuriosito dal modo in cui il paziente parla del proprio problema.
Per continuare con la metafora del labirinto, credo che il primo compito di chi fa il mio lavoro sia quello di interessarsi a come la persona si perde dentro alla propria stessa mente, dentro ai propri sintomi, nelle sabbie mobili della depressione o negli spazi a volte angusti altre volte troppo vasti dell’ansia e del panico.
Sono come dei paesaggi mentali e se ci si appassiona di labirinti diventa ovvio cominciare ad esplorarli. Pensare subito a risolvere il problema diventa spesso un modo per non guardare neanche il paesaggio.
Sono convinto che, come ebbe a dire Ronald Laing: “La psicoterapia è il disperato sforzo di due persone per incontrarsi”.
Quando incontro il paziente nel suo labirinto e nel labirinto che si forma fra me e lui comincio a capire con quali occhi egli guarda se stesso. Quando, entrando nel suo punto di vista, capisco come fa a pensare quello che pensa e a sentire quello che sta sentendo; in quel momento sono per qualche istante con lui. In quel momento posso provare a descrivere quello che stiamo vedendo. Soprattutto è in quel momento che possiamo chiederci la domanda chiave che ci si chiede quando ci si incontra in un labirinto, è quella che, a mio parere, è anche la domanda fondamentale della psicologia: “Dove siamo?”.
Porre al mio paziente e a me stesso questa domanda mi permette di interrogarci sul mito dentro al quale stiamo vivendo, sul paesaggio che, da quel determinato punto di vista, stiamo osservando e allo stesso tempo costruendo.
La domanda “Dove siamo?” mi tiene fuori dal dominio della filosofia perché se fossi un filosofo mi chiederei “Perché?”, e mi permette di non essere un tecnico perché se lo fossi userei la domanda tipica della tecnica: “Come?”.
Sono domande che il mio paziente si è già chiesto. Si è chiesto perché è finito dove è finito, come è successo che le cose non sono andate nella direzione che aveva preventivato, perché nessuno lo capisce, come deve fare a risolvere il problema che lo affligge, ecc.
Ma non si è chiesto o, più probabilmente, non si è chiesto abbastanza profondamente “Dove sto essendo?”.
Succede così perché la mente, con una sorta di difesa ad oltranza, si mette alla ricerca di una via di uscita prima ancora di avere capito dove si trova. Questo atteggiamento è, in un certo senso, naturale e istintivo: quando un animale deve affrontare una situazione di profondo disagio non sta a chiedersi dove è, si gira dalla parte opposta e se ne va. E questa soluzione funzionerebbe perfettamente anche per noi esseri umani se potessimo continuare a vivere come vive un animale selvatico. Ma nessuno dei miei pazienti considera neanche lontanamente l’idea di potersi togliere seduta stante da ogni situazione frustrante. Chi ha avuto un attacco di panico, ad esempio, decide di evitare proprio quelle situazioni che considera senza via di uscita, quelle da cui non può togliersi se non facendo una figuraccia. Non è bello alzarsi nel bel mezzo di una cena fra colleghi e dire di punto in bianco: “Scusate ragazzi ma io me ne vado perché di colpo questa situazione mi sta terrorizzando”. E sembra poco elegante per una depressa telefonare in ufficio e dire: “No, oggi non vengo perché non sono dell’umore giusto, so che litigherei con tutti e me ne andrei ancora più depressa, stasera”. A differenza degli altri mammiferi noi esseri umani non sempre ci allontaniamo dalle situazioni problematiche, anzi, spesso le costruiamo.
Proprio come al viaggiatore di Calvino a ognuno di noi da tempo è venuta voglia di una città e diventa molto difficile, spesso impossibile, tornare ai terreni selvatici. Questa città è il labirinto invisibile della nostra psiche e allo stesso tempo il labirinto concreto e non riconosciuto, perché fin troppo visibile, del mondo in cui viviamo.
La domanda “Dove sono?” è la domanda essenziale per chiunque voglia riflettere psicologicamente su di sé. Ed è anche la domanda curativa per eccellenza. Ho aiutato tante persone ad uscire dal panico lavorando  perché guardassero con occhi diversi il mondo che si era creato intorno a loro. E ho visto dei depressi che hanno incominciato a sentirsi meglio quando sono riusciti a farmi intravedere il luogo delle loro sofferenze, quando hanno trovato di fronte a loro una persona interessata alle loro descrizioni e che evitava di riempirli di consigli su come sentirsi meglio e su come “è solo una questione di volontà”.
La domanda “Dove sono?” e, in seduta, la domanda “Dove siamo?”, diventano, declinate in mille modi e ripetute ad ogni angolo del labirinto, il metodo per interrogarsi sugli occhi di chi guarda e sui sensi di chi crea il mondo nel quale si ritrova a vivere.
Diventano la chiave per approfondire il nostro sguardo e per dare un senso al nostro vagare.

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4 risposte a Cronaca 1 – Il labirinto

  1. mari ha detto:

    Arrivata per la prima volta in seduta, in effetti, tra i mille interrogativi non mi ero mai domandata “dove sono?”. In un profondo stato confusionario 2 sole certezze:
    – di essere in una “selva oscura”, un vero e proprio “non luogo” però!
    – di voler “tornare a riveder le stelle”

    Partendo da questi presupposti e, dopo aver letto questa prima cronaca, comprendo dunque il valore e il potere del “dove siamo?”

  2. ELISA ha detto:

    Dove sono? per me ha significato, collocare, le emozioni. Quelle emozioni invisibili dalle quali talvolta, mi sentivo schiacciare.
    Capire dove sono, ancora oggi mi aiuta a ritrovarmi dentro me stessa: nella pancia, in gola, nello stomaco. Trovo che sia, semplicemente, un ottimo punto di partenza.

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