Avere ragione

“La gente pensa che se riesce a dimostrare di
avere ragione l’altro cambierà idea,
ma non è così”
P. Cameron

Sono così d’accordo con questa frase di Cameron e, tuttavia, me ne dimentico così spesso che ogni volta che mi trovo di fronte a quello che mi sembra un delirio provo a far vedere all’altro la follia delle sue opinioni e la saggezza delle mie.
In questo modo violo una regola fondamentale che spiega a chi fa il mio lavoro che non si può convincere una persona a non pensare qualcosa.
E’ inutile: quando un essere umano si fissa su una convinzione più ti sforzi per fargli cambiare idea più lo spingi a ribadirla.
Penso che la spiegazione di questo fenomeno vada cercata nel fatto che la creazione di un’opinione è collegata più all’attaccamento e all’affettività che al ragionamento.
Infatti, mentre il metodo scientifico scarta (o dovrebbe scartare) le variabili connesse all’opinione, gli altri modi di ragionare danno (più o meno coscientemente) all’affetto, al gusto e all’ammirazione una parte importante nella formazione di una convinzione.
Ho iniziato a tifare per una certa squadra di calcio perché la teneva mio padre e, da piccolo, gran parte della mia ammirazione era per lui. Poi da ragazzo, quando ho incominciato a detestarlo ed era importante pensarla comunque diversamente, ho “scelto” un partito politico che fosse molto distante dal suo. A rigor di logica avrei anche dovuto cambiare la squadra per la quale tifavo, ma ormai il mio attaccamento era per quella bandiera e nessuno mi avrebbe convinto a passare ad un’altra.
L’imitazione è la forma più primitiva di ammirazione: in un gruppo di adolescenti il modo più implicito e più evidente di volersi bene e di piacersi è quello di vestirsi tutti nello stesso modo.
Penso che quando una persona cambia non lo fa perché qualcun altro l’ha convinta a farlo con la correttezza formale del suo ragionamento o con l’inespugnabilità delle sue idee; cambia perché l’altro, magari senza nemmeno volerlo, ha cominciato a piacergli.
A tredici anni mi vestivo come un mio amico più grande che ammiravo tantissimo e che, a sua volta faceva di tutto per assomigliare a Jim Morrison. Trovavo irritanti le osservazioni di mia madre che cercava di farmi notare che lui pesava venti chili meno di me e che io, con la mia stazza, proprio non avrei dovuto mettere i pantaloni a campana.
L’affetto per il mio amico e l’attaccamento all’immagine che, ai miei occhi, rappresentava mi hanno spinto ad abbandonare una quantità di convinzioni che il ragionamento non avrebbe nemmeno scalfito.
Parecchi anni dopo ho ascoltato una storiella che racconta di un paziente che in seduta con una psichiatra sostiene che tutti gli sforzi che quest’ultima fa  per aiutarlo sono inutili perché: “Vede dottoressa, io ho l’assoluta certezza di essere morto”.
La psichiatra prova in vari modi e per molte sedute a convincere il paziente dell’assurdità della sua convinzione e, alla fine, esasperata, prende un temperino che tiene sulla scrivania, intima al paziente di mostrarle il palmo della mano e con un colpo deciso pratica un piccolo taglio che comincia a sanguinare. Dopodichè, esultante, esclama: “Vede, lei sta sanguinando e i morti, si sa, non sanguinano!”. Il paziente guarda stupito la ferita e risponde: “Accidenti dottoressa…non sapevo che i morti sanguinassero!”.
Questo racconto è ovviamente un’esagerazione, nessuno psichiatra praticherebbe un taglio ad un paziente senza un’anestesia e al giorno d’oggi anche gli elettroshock vengono fatti a pazienti narcotizzati e solo dopo il consenso informato. Ma la storiella fa vedere che se una persona è profondamente convinta di una cosa… .
Tutto cambia però se quello stesso individuo decide che, per un qualsiasi motivo, chi ha di fronte gli piace veramente. A quel punto si innesca un processo diverso che credo sia ben descritto dalle parole di un paziente dell’antichità: tale Teage, discepolo di uno dei primi “terapeuti” della storia, un certo Socrate.
Dice costui: “Una cosa o Socrate devo dirti che troverai incredibile ma che nondimeno è vera. Io non ho mai imparato niente da te come tu ben sai. Tuttavia progredivo quando stavo con te: anche solo quando ero nella stessa casa, ma non nella stessa stanza; e quando ero nella stessa stanza, tenevo fissi gli occhi su di te mentre parlavi e mi pareva di progredire più che se avessi guardato altrove. Ma massimo era il mio progredire allorchè sedevo accanto a te e ti toccavo”  (James Hillman “Il mito dell’analisi” pag. 90).
Mi viene in mente per assonanza Franco Basaglia che tante volte è stato a dormire nell’edificio in cui dormivano “i suoi matti”, ha pranzato con loro e non ha avuto paura di abbracciarli quando il modo più efficace di “convincerli” era essere vicino. Basaglia insisteva sull’idea che bisogna convincere non vincere, avvicinarsi invece di pretendere la ragione: “Nel nostro mestiere la finalità è quella di affrontare. Trovare le maniere di affrontare la contraddizione che noi siamo: oppressori ed oppressi, e che dinanzi a noi abbiamo una persona che si vorrebbe opprimere. Bisogna fare in modo che questo non avvenga……”.
Bisogna cioè capire che la nostra comprensibile pulsione ad avere ragione non è che un modo per mantenere la distanza e difendere strenuamente dei confini che sono illusori e dannosi. Illusori perché, come dice la frase dell’incipit, non è dimostrando la nostra ragione che otteniamo ragione; e dannosi perché nel tentativo di vincere perdiamo di vista l’Altro e, nello sforzo di affermare noi stessi creiamo, in fin dei conti, incomprensione e solitudine. Un’occhiata al mondo che ci circonda e un paio d’ore davanti alla televisione mentre va in onda un qualsiasi dibattito politico, dovrebbero essere sufficienti a dimostrare la necessità di riflettere sulla vicinanza e sulla condivisione prima di parlare a chiunque della giustezza delle nostre opinioni.

P.S. Dopo tanti anni il mio amico non assomiglia affatto a Jim Morrison e neanch’io ovviamente gli assomiglio. Come si fa ad essere come uno che, morendo a 28 anni, “rimane” giovane, carismatico, affascinante?

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