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	<title>Cronache del Labirinto</title>
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	<description>Osservazioni e riflessioni sulle relazioni e sulla psiche</description>
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		<title>Cronache del Labirinto</title>
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		<title>Resilienza</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 17:22:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>drdedalo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi semiseri]]></category>

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		<description><![CDATA[“Tuo fratello la mattina si mette le scarpe e tu ti metti le gambe; non bisogna piangersi addosso.” La madre di O.Pistorius Quando parlo del “fiume di integrazione” e della capacità di mantenere un equilibrio fra uno stato di caos &#8230; <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/02/19/resilienza/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=204&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><em>“Tuo fratello la mattina si mette le scarpe<br />
</em><em>e tu ti metti le gambe; non bisogna<br />
</em><em>piangersi addosso.”<br />
</em>La madre di O.Pistorius</p>
<p style="text-align:justify;">Quando parlo del “fiume di integrazione” e della capacità di mantenere un equilibrio fra uno stato di caos e una condizione di rigidità (cfr <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/28/sulla-depressione-ii-parte-antidoti/">Sulla depressione II parte: antidoti</a>), parlo anche della capacità di ognuno di noi di rimanere se stesso nonostante le pressioni che, inevitabilmente, l’ambiente esercita.</p>
<p style="text-align:justify;">Queste pressioni sono spesso definite come degli <em>stressor</em>: delle forze che sono in grado di attivare nell’organismo e nella psiche una risposta (lo stress) che è di per sé sana perché tende a mantenere intatto lo stato interno <em>nonostante</em> le difficoltà in cui ci imbattiamo durante la vita.</p>
<p style="text-align:justify;">In termini psicologici la <em>resilienza</em> è la capacità di <em>mantenere una forma</em> anche a dispetto di tutte quelle sollecitazioni che tenderebbero a deformarci o a romperci. Rimando all’articolo “<a href="http://www.dica33.it/argomenti/psicologia/malattie_da_stress/resilienza.asp">Dopo il trauma la resilienza</a>” per una definizione abbastanza completa di questa capacità che è in parte il risultato di una buona condizione fisica e mentale iniziale e in parte il prodotto di una serie di apprendimenti che ci hanno permesso di imparare a far fronte alle pressioni esterne ed interne, trasformando le nostre esperienze in conoscenza e distillandole in quella che definisco come “la capacità di resistere passando attraverso alla sofferenza senza perdere la propria integrità”.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ una definizione complessa e, come tutte le definizioni, va amplificata e resa flessibile in modo che non costringa troppo il fenomeno che vuole descrivere, banalizzandolo.</p>
<p style="text-align:justify;">Un buon modo per tenere larga una definizione è quello di affiancarla ad una storia: un racconto che <em>riflette</em>, nella sua narrazione, su un principio o su una serie di principi che “stanno sotto” e che affiorano nella trama che esso svolge.</p>
<p style="text-align:justify;">Si narra che il padre del Buddha, consapevole di tutte le brutture e le sofferenze del mondo, decise di costruire un grande palazzo circondato da giardini in modo che suo figlio, crescendo, non entrasse in contatto con ciò che avrebbe potuto turbarlo o intristirlo. Il bambino crebbe così fra gli sfarzi di palazzo, ben protetto dall’esterno e circondato da ricchezze e dalla compagnia di persone che si facevano in quattro per rendere la sua esistenza felice. Ma, ad un certo punto della sua vita, il giovane sentì sempre più forte dentro di sé il desiderio di scoprire cosa ci fosse fuori dalle mura della reggia paterna e, un giorno, decise di travestirsi e di uscire di persona per vedere il mondo.</p>
<p style="text-align:justify;">Fu così che incontrò i mendicanti, i malati, i ladri e tutto ciò che, accompagnato dal dolore, va incontro al decadimento, all’invecchiamento e alla morte. Probabilmente avrebbe potuto negare tutto questo e tornare nella sua comoda casa ma, invece, questa visione fu ciò che portò il futuro Buddha a rendersi conto di quella che più tardi definì come <em>La prima Nobile Verità</em>: l’universalità della sofferenza.</p>
<p style="text-align:justify;">Fu a partire da questa consapevolezza che decise di indagare sulle origini del dolore e su un <em>sentiero</em> che fosse in grado di aiutare ogni essere senziente ad andare oltre. Non fu una negazione della sofferenza né una sua accettazione passiva né, tantomeno, un rifiuto maniacale del dolore.</p>
<p style="text-align:justify;">Fu, piuttosto, un tentativo (uno dei tanti compiuti dagli esseri umani) per togliere almeno una parte di quel dolore di cui ognuno di noi è responsabile: quello per cui possiamo fare qualcosa, trasformandoci e trasformandolo.</p>
<p style="text-align:justify;">Io credo che la resilienza abbia come terreno per la sua crescita proprio questa consapevolezza: la saggezza di sapere che non esiste un mondo perfetto in cui rifugiarci, una sorta di paradiso artificiale che ci terrà per sempre <em>al di qua</em> del dolore.</p>
<p style="text-align:justify;">Il padre del Buddha tentava di fare esattamente il contrario di quello che ha fatto la madre di Pistorius con suo figlio. Il primo rappresenta una parte genitoriale presente in ognuno di noi: il genitore impaurito che vorrebbe sempre tenere in grembo il suo cucciolo evitandogli ogni dolore, rendendolo fragile e ostacolando la sua crescita.</p>
<p style="text-align:justify;">La seconda è invece la metafora del genitore consapevole: uno che sa che la sofferenza non può essere evitata ma che ci si può equipaggiare per affrontarla e che buona parte di essa non è fuori di noi ma dentro di noi come frutto delle nostre considerazioni e delle nostre convinzioni.</p>
<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/02/19/resilienza/"><img src="http://img.youtube.com/vi/QD-oqGceF3A/2.jpg" alt="" /></a></span>
<p style="text-align:justify;">Il “non bisogna piangersi addosso” è un’espressione che va al nocciolo del problema. Mi piango addosso ogni volta che, dimenticandomi della prima nobile verità, mi vedo diverso e “più sfigato” di qualcun altro o di un ideale che ho messo (o che mi è stato messo) arbitrariamente lì.</p>
<p style="text-align:justify;">Se la sofferenza è universale l’invidia non ha nessun senso.</p>
<p style="text-align:justify;">In psicoanalisi si definisce l’invidia come <em>l’odio per l’oggetto precedentemente erotizzato</em>. Solo se erotizzo un oggetto rendendolo così desiderabile da non poterne fare a meno, comincerò a soffrire terribilmente per la sua mancanza, o per la sua presenza lontano da me, nelle mani degli altri. In questo modo la mia mente darà inizio a una serie di recriminazioni e rimuginazioni su: “Come mai gli altri sì e io no?”, “Come posso essere felice se non ho…?”, “Come faccio a riprendere lo stato di pace in cui ero <em>prima</em> che succedesse tutto questo?” ecc.</p>
<p style="text-align:justify;">La resilienza è il contrario di queste rimuginazioni e rappresenta la capacità di <em>muovermi verso ciò che desidero senza soffrire per il fatto che ancora non ce l’ho o per il fatto che l’ho perso o che non l’ho mai avuto</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ una sorta di movimento consapevole che mi permette di continuare disciplinatamente senza perdermi in quei frutti dell’invidia e del desiderio compulsivo (attaccamento, avidità, risentimento) che non fanno altro che rendere il mio cammino più faticoso e il mio procedere più deprimente.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando, in terapia, mi capita di vedere un depresso che comincia a diventare un po’ più resiliente; quando riesce a sfuggire da quella sorta di trappola mentale che rende la sua vita <em>soggettivamente più difficile</em> di quella degli altri, la prima cosa di cui mi accorgo è una sorta di cambiamento fisico: come se il suo incedere fosse meno pesante, come se smettesse di portare un peso di cui prima si era fatto, suo malgrado, carico.</p>
<p style="text-align:justify;">Eppure, in genere,  nel suo ambiente non è cambiato niente. Come il mio, è ancora pieno di inciampi e di difficoltà, di sentieri tortuosi con qualche scorcio confortante che prima, lui, non riusciva a vedere. Ciò di cui si è liberato non è qualcosa di esterno ma qualcosa di intimo: un macigno interiore pieno di lamenti e di tentativi di evitare una sofferenza che, invece, va <em>riconosciuta, accettata, investigata e lasciata finalmente andare </em>(cfr <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/02/01/r-a-i-n-come-ce-la-raccontiamo/">R.A.I.N.: come ce la raccontiamo</a>).</p>
<p style="text-align:justify;">La sua capacità di non-identificarsi con la propria sofferenza è un modo diverso di raccontarsi che, rispetto a prima, poggia sulla consapevolezza di non essere il solo che la sta vivendo. E’ questo che taglia le gambe all’invidia e che apre le porte alla resilienza e alla capacità di riprendersi.</p>
<p style="text-align:justify;">Alla fine del suo libro “<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804492678/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cronadellabir-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804492678">Narciso e Boccadoro</a><img style="border:none!important;margin:0!important;" src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=cronadellabir-21&amp;l=as2&amp;o=29&amp;a=8804492678" alt="" width="1" height="1" border="0" />”, Hermann Hesse fa dire ad uno dei due personaggi principali: “ Non c’è una pace che alberghi durevolmente in noi e non ci abbandoni. C’è solo una pace che si conquista continuamente con lotte senza tregua, e tale conquista deve essere rinnovata giorno per giorno. Tu non mi vedi lottare, non conosci le mie battaglie… Ed è bene che tu non le conosca. Tu vedi solo che io sono soggetto meno di te agli umori variabili e credi che ciò sia pace. Ma è lotta, è lotta e sacrificio. Come ogni vera vita, come anche la tua.”</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/204/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=204&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Emozioni in gabbia</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 09:09:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>drdedalo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi semiseri]]></category>

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		<description><![CDATA[“Non credo in cose come “La tristezza”, “La gioia”, “Il rimorso”. Probabilmente la prova più evidente che il linguaggio è patriarcale è che esso banalizza i sentimenti.” J.Eugenides Liquidare come semplice paura o come collera certe emozioni è una violazione &#8230; <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/02/09/emozioni-in-gabbia/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=198&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><em>“Non credo in cose come<br />
</em><em>“La tristezza”, “La gioia”,<br />
</em><em>“Il rimorso”. Probabilmente<br />
</em><em>la prova più evidente che il<br />
</em><em>linguaggio è patriarcale è che<br />
</em><em>esso banalizza i sentimenti.”<br />
</em>J.Eugenides</p>
<p style="text-align:justify;">Liquidare come semplice <em>paura</em> o come <em>collera</em> certe emozioni è una violazione del terzo punto dell’esercizio <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/02/01/r-a-i-n-come-ce-la-raccontiamo/">R.A.I.N.</a> di cui ho parlato nell’ultimo post.</p>
<p style="text-align:justify;">C’è una storiella che si racconta in India su come catturare una scimmia: basta mettere un grosso pezzo di formaggio di cui è golosa in un vaso; la scimmia sente l’odore, si avvicina e lo afferra, ma la sua mano, ora che è aggrappata al formaggio, è troppo grande per uscire dalla piccola imboccatura del vaso; d’altra parte la scimmia non vuole lasciar andare il boccone e così rimane intrappolata ed è facile catturarla.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando dimentichiamo o tralasciamo di <strong>I</strong>nvestigare un’emozione spesso compiamo esattamente lo stesso errore: sentiamo, ad esempio, qualcosa che assomiglia alla paura e, senza chiederci altro, cominciamo ad essere spaventati; a questo punto la mente, che ha imparato a rifuggire di fronte a tutto ciò che la spaventa, inizia a dimenarsi e, facendolo, in qualche modo si fissa sulle proprie sensazioni: invece di <em>lasciar andare</em> e prendere distanza da ciò che sente e <em>impegnarsi per capire</em>, dà inizio a un lavorio, una sorta di rimuginazione più o meno frenetica che, molto spesso, ottiene come unico risultato quello di invischiarla ulteriormente nell’emozione.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo succede perché, nella fretta di catalogare e di dare un nome a ciò che stiamo provando, restiamo appiccicati alla prima definizione che “ci viene in mente” o che ci hanno suggerito.</p>
<p style="text-align:justify;">Quello che sfugge ad un occhio non esperto è che le definizioni sono a volte delle vere e proprie diagnosi. E tutte le diagnosi tendono ad inchiodare la persona all’interno di uno spazio che spesso è troppo angusto per contenere tutto ciò che l’individuo sta provando.</p>
<p style="text-align:justify;">Ho conosciuto pazienti che alla prima seduta si descrivevano come “Timidi e introversi” e che si sono resi conto dopo poche ore di terapia che la timidezza e l’introversione erano, in verità, nient’altro che sottoprodotti di un intero stile di pensiero che avevano appreso, strada facendo, durante le vicissitudini della loro vita. Una di loro, per esempio, costretta a confrontarsi fin dalla tenera età con un fratello molto più esuberante e concreto di lei, era cresciuta con l’idea di essere “una con la testa fra le nuvole” e “incapace di mettere in pratica”. Il fatto di essersi laureata, di avere un posto di responsabilità e di riuscire nei compiti che si proponeva, lasciavano questa <em>definizione di sé</em> completamente intatta.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando si trattava di far valere le proprie convinzioni o di esporre in pubblico i risultati del proprio lavoro, questa autodiagnosi sbagliata minava alla base la sua fiducia in se stessa e, a questo punto, sentendosi “giustamente” insicura, cominciava a provare una sorta di agitazione.</p>
<p style="text-align:justify;">Questa sensazione, catalogata come “paura” e “difficoltà ad esprimermi”, creava a sua volta una sorta di Freezing (un blocco che in passato era stato definito <em>timidezza</em>) che le impediva davvero di esprimersi e… così via.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando iniziammo le sedute, dopo tre o quattro attacchi di panico e una serie di comportamenti di evitamento che l’avevano portata a rifuggire da ogni situazione in cui poteva succedere che la “interpellassero direttamente”, questa paziente era fermamente convinta di non essere più in grado di affrontare il tipo di vita che si era costruita.</p>
<p style="text-align:justify;">Non fu facile ridefinire con lei quello che veramente provava. Come spesso capita, lo stato d’animo era <em>ben confezionato</em> dentro alla sua stessa definizione. Le domande “Ma tu cosa provi?”, “Dove vai a finire (dove sei) quando senti queste sensazioni?” le sembravano inutili; le risposte erano molto semplici: “Vado in panico!&#8230; Ho paura!&#8230; Sono insicura!”.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma chi fa il mio lavoro sa (o dovrebbe sapere) che definizioni così nette, etichette così essenziali, sono più adatte al comportamento animale che a quello umano. E, come ha detto poco tempo fa la giornalista B.Spinelli: “Sempre le catarsi cominciano medicando le parole.” (La Repubblica 23 novembre 2011). Quello che Eugenides definisce “linguaggio patriarcale” è una vera e propria gabbia che, perdendo di vista la persona, incasella il suo sentire in qualcosa che spesso è troppo grezzo e primitivo per favorire il cambiamento.</p>
<p style="text-align:justify;">Abbiamo bisogno di un linguaggio più femminile, qualcosa che veramente contenga “confortevolmente” le nostre emozioni invece di stiracchiarle e comprimerle in una categoria che le riduce a qualcosa di stereotipato e arido. Considerate la differenza fra “sono triste” e “sto sentendo quella tristezza che viene quando si sa già che una bella vacanza dovrà finire”; notate come è diverso dire “sono giù” rispetto a “mi sento preso da una tristezza che diventa bella quando comincio a contemplare il mio essere triste”.</p>
<p style="text-align:justify;">Se avete voglia ascoltate questa canzone come un esempio di come il linguaggio possa, quando usato bene, amplificare il desiderio, il ricordo, il sentire.</p>
<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/02/09/emozioni-in-gabbia/"><img src="http://img.youtube.com/vi/dX9xG2yv3PU/2.jpg" alt="" /></a></span>
<p style="text-align:justify;">Non dico che occorra diventare poetici, ma è sicuramente un buon esercizio, quando si guarda alle proprie emozioni, quello di evitare di essere troppo prosaici.</p>
<p style="text-align:justify;">Nelle proprie definizioni di ciò che provava la paziente di cui sopra passò da: “Sento una gran paura” a “E’ un po’ come quella paura che avevo da bambina quando tornava mio padre e mio fratello lo investiva con tutte le idee che aveva avuto durante la giornata e io avevo delle cose da dire ma mi sembrava che fossero molto meno importanti e… al papà non interessavano” a “Non è paura; è proprio il dolore di non riuscire a farmi vedere!”.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando arrivammo a questa definizione (non più paura ma dolore, desiderio di essere vista, sensazione di invisibilità e di irrealtà) fu possibile iniziare la quarta parte di R.A.I.N., la <strong>N</strong>on-identificazione. Ricordo che le citai una frase di Winnicott in cui questo psicoanalista, parlando di quello che definisce “falso sé”, dice: “E’ un piacere nascondersi ma è una tragedia non essere trovati”. Pianse per un bel po’ e, da lì, fu possibile guardare alla corazza che si era messa, scoprire quanto non le appartenesse e ridefinire la timidezza come qualcosa che la avvolgeva ma che non aveva niente a che fare con il suo intimo.</p>
<p style="text-align:justify;">Sotto la corazza cominciammo a scoprire qualcosa di vibrante, vitale, interessante, desiderante. E qualcosa cominciò a cambiare. E’ più facile (diventa possibile) smettere di identificarsi con qualcosa solo quando si è capito meglio questo “qualcosa” a cui ci opponiamo e da cui rifuggiamo senza sapere nemmeno di cosa si tratta.</p>
<p style="text-align:justify;">E, proprio come la scimmia della storiella, dovremmo capire che, a volte, per possedere qualcosa, per dire “è mio, me ne posso nutrire”, bisogna prima saperlo lasciar andare.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/198/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=198&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>R.A.I.N.: come ce la raccontiamo</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 07:18:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>drdedalo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi semiseri]]></category>

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		<description><![CDATA[“L’arte di vivere non consiste né nel lasciarsi portare dalla corrente con disinteresse né nell’aggrapparsi alle cose, pieni di paura. Consiste nell’essere sensibili a ogni istante considerandolo del tutto nuovo e unico: consiste nell’avere una mente aperta e pienamente ricettiva.” &#8230; <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/02/01/r-a-i-n-come-ce-la-raccontiamo/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=192&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><em>“L’arte di vivere non consiste né nel lasciarsi portare dalla<br />
</em><em>corrente con disinteresse né nell’aggrapparsi alle cose,<br />
</em><em>pieni di paura. Consiste nell’essere sensibili a ogni istante<br />
</em><em>considerandolo del tutto nuovo e unico: consiste<br />
</em><em>nell’avere una mente aperta e pienamente ricettiva.”<br />
</em>Alan Watts</p>
<p style="text-align:justify;">Ci sono delle incredibili affinità fra alcune, recenti, scoperte delle neuroscienze e conoscenze antiche che parlavano, secoli fa, della mente, del suo funzionamento e degli strumenti che ognuno di noi potrebbe usare per modificarla.</p>
<p style="text-align:justify;">I quattro saggi sulla depressione che sono comparsi in questo blog sono un piccolo esempio di come si può guardare ad uno stato della mente che, per quanto “scomodo” e sgradevole, è comunque una delle tante condizioni in cui il nostro umore, il nostro modo di sentirci, può essere declinato.</p>
<p style="text-align:justify;">La Depressione Clinica nelle sue varie manifestazioni (Episodio Depressivo Maggiore, Psicosi Maniaco-Depressiva, Distimia, ecc.) va considerata come una vera e propria malattia che deve essere curata con una serie di interventi, farmacologici e di psicoterapia di sostegno, che aiutino il paziente a svincolarsi da quello che è, a tutti gli effetti, un disturbo grave e complesso.</p>
<p style="text-align:justify;">Si può dire che la cosiddetta Depressione Maggiore è il punto estremo e negativo di un continuum che va da una condizione di pieno benessere psicologico da una parte fino alla stato di tristezza, immobilità e profonda prostrazione che caratterizza i livelli più gravi di questo disturbo.</p>
<p style="text-align:justify;">La depressione di cui ho parlato nei saggi è più uno stato di scontento, di malessere e di “disposizione negativa” nei confronti di noi stessi e del mondo. E’ una <em>posizione che prendiamo</em> e un’ottica sulla vita che non possiamo confinare all’interno del cervello liquidandolo come uno scompenso chimico o come una malattia che dobbiamo mettere in mano a uno specialista perché da soli non potremmo uscirne. E’ anche qualcosa che ci circonda, uno stile di vita che ci viene proposto (più o meno subdolamente) e a cui ci capita di aderire o che ci tocca subire.</p>
<p style="text-align:justify;">E’, insomma, innanzitutto, un modo in cui <em>ce la raccontiamo</em> o <em>ce la raccontano</em>. E le storie, le nostre narrazioni di noi stessi e delle nostre relazioni, si comportano come una trama che influenza nel bene e nel male il nostro umore, lo stato d’animo che, sempre, ci accompagna nella vita di tutti i giorni.</p>
<p style="text-align:justify;">Descrivere l’attuale crisi economica e sociale come: “qualcosa su cui io non posso fare niente”, “qualcosa che devo capire, che mi riguarda e che mi chiede un cambiamento di punto di vista”, “qualcosa che attiva in me la voglia di reagire, di indignarmi, di aprirmi ad altre possibilità”, significa raccontare a me stesso la stessa “realtà” guardandola da ottiche molto diverse e creando in me emozioni e reazioni diverse.</p>
<p style="text-align:justify;">Una descizione mi può mettere paura e congelarmi, un’altra può rendermi combattivo, un’altra più attento e consapevole.</p>
<p style="text-align:justify;">Ognuna di queste interpretazioni della realtà è anche una diversa trama che condiziona il mio modo di pensare e di sentire.</p>
<p style="text-align:justify;">E questo mi porta direttamente all’acronimo del titolo: R.A.I.N. (pioggia in inglese) che sta per <strong>R</strong>iconoscimento, <strong>A</strong>ccettazione, <strong>I</strong>nvestigazione, <strong>N</strong>on-identificazione.</p>
<p style="text-align:center;" align="center">___________________</p>
<p style="text-align:justify;"><strong>R</strong><span style="text-align:justify;">iconoscimento: quando sono preda di uno stato d’animo devo inizialmente esercitare la mia capacità di riconoscerlo per quello che è. Come dice J.Kornfield (da cui traggo la descrizione dei “passi” di RAIN): “Il </span><em>riconoscimento</em><span style="text-align:justify;"> è il primo principio della trasformazione. Quando siamo bloccati, nella vita, dobbiamo essere disposti innanzitutto a vedere ciò che è così com’è… Il riconoscimento ci fa uscire dalla negazione. La negazione mina alla base la nostra libertà: il diabetico che nega la malattia del suo corpo non è libero, né lo è il dirigente stressato e travolto che nega quanto gli costi il suo stile di vita, o l’aspirante pittore pieno di autocritica che nega il piacere che prova nella sua arte.” (J.Kornfield, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8863800189/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cronadellabir-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8863800189">Il cuore saggio</a><img style="border:none!important;margin:0!important;" src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=cronadellabir-21&amp;l=as2&amp;o=29&amp;a=8863800189" alt="" width="1" height="1" border="0" />, pag. 118).</span></p>
<p style="text-align:justify;">Non riconoscere è, insomma, negare e, quindi, non sapere il punto in cui mi trovo nel labirinto (cfr <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/08/21/cronaca-1-2/">Cronaca 1</a>) e, allo stesso tempo, non accorgermi dell’inconsapevolezza con cui “mi descrivo”, non capire quali mie convinzioni e quali condizioni interne determinano il mio sentire.</p>
<p style="text-align:justify;">L’<strong>A</strong>ccettazione è il passo successivo: non si tratta di subire passivamente lo stato nel quale mi trovo quanto, piuttosto, di avere il coraggio di partire da lì prendendomi la responsabilità della mia condizione psichica ed emozionale. “Un uomo cominciò a dare grandi dosi di olio di fegato di merluzzo al proprio dobermann perché gli avevano detto che faceva bene ai cani. Ogni giorno teneva ferma la testa del cane fra le ginocchia, ignorando le sue proteste, gli apriva a forza le mandibole e gli versava in gola il liquido. Un giorno il cane si divincolò liberandosi e l’olio si versò sul pavimento: con grande sorpresa dell’uomo il cane tornò a leccare la piccola pozza. A quel punto l’uomo scoprì che il cane lottava non contro l’olio di fegato ma contro quel modo forzato di somministrarglielo.” (J.Kornfield, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8863800189/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cronadellabir-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8863800189">Il cuore saggio</a><img style="border:none!important;margin:0!important;" src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=cronadellabir-21&amp;l=as2&amp;o=29&amp;a=8863800189" alt="" width="1" height="1" border="0" />, pag. 120).</p>
<p style="text-align:justify;">Quante volte ci trattiamo nello stesso modo? Esercitiamo su noi stessi una <em>presa</em>; non la riconosciamo e continuiamo ad insistere anche se ci rende rigidi e innaturali, snaturandoci e “violentandoci”.</p>
<p style="text-align:justify;">L’<strong>I</strong>nvestigazione è il terzo elemento della trasformazione. Corrisponde a quell’atto che ho descritto nel terzo saggio sulla depressione, quello che parla del diciottesimo cammello. E’ un modo diverso di guardare la scena: un interesse particolare che è più simile a quello di uno studioso distaccato che a quello di un animale intrappolato che si divincola. Si tratta di ascoltare cosa succede <em>dentro</em> di noi: riconoscere ed accettare le nostre emozioni, sapere che “il corpo vuole la sua parte”: a volte è il nostro stesso modo di prenderci e di descriverci che crea il problema, che determina l’umore e le sensazioni fisiche che, in una determinata situazione, percepiamo.</p>
<p style="text-align:justify;">Senza una accurata investigazione che ci permetta di accorgerci di “cosa ci stiamo facendo”, di come reagiamo al mondo e di quanto le nostre reazioni ai “fatti” li colora di una certa tonalità emotiva, procediamo come alla cieca, dimentichiamo cosa dovremmo aggiungere o togliere alla situazione e ci arrovelliamo in un problem-solving sterile che crea più ostacoli di quanti ne toglie.</p>
<p style="text-align:justify;">Spesso, in seduta, osservando insieme ad un paziente ciò che lui/lei stava facendo a se stesso in una certa situazione, ci siamo resi conto di come gran parte della sua sofferenza non dipendesse dagli altri ma dal modo compulsivo in cui lui stesso applicava vecchie soluzioni, del tutto inadatte al problema presente.</p>
<p style="text-align:justify;">Investigare il modo in cui <em>ce la raccontiamo</em>, la maniera in cui ci stiamo inconsapevolmente descrivendo è il terzo passo per raggiungere la parte finale del percorso: la <strong>N</strong>on-identificazione. Non identificarsi è una <em>pratica</em> che passa attraverso una singola domanda: è questo ciò che sono realmente?</p>
<p style="text-align:justify;">Non è una domanda facile e non vuole esserlo. Dovremmo porcela solo dopo aver riconosciuto, accettato e investigato la situazione, e corrisponde a quell’atto che nell’ultimo saggio ho definito “togliersi di mezzo”. E’ un gesto che diventa possibile solo dopo un gesto di introspezione che ci porta a poterci staccare dalle emozioni distruttive (paura, collera, risentimento, attaccamento eccessivo) che ci attanagliano. E’ una sorta di distacco che non ha niente a che fare con l’apatia e che parte dalla consapevolezza che noi non siamo le nostre emozioni e le nostre reazioni e che, a monte di ciò che sentiamo e del modo in cui agiamo, c’è sempre la nostra libertà di scegliere un modo diverso di porci, di prenderci, di <em>raccontarcela</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">RAIN è un esercizio liberatorio e non mi è mai capitato di vedere miglioramenti in un paziente senza che questi avesse compiuto, da solo o in seduta, in un modo più o meno esplicito e più o meno velocemente, questi passi di consapevolezza che portano, necessariamente, ad una trasformazione.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/192/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=192&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Sulla depressione IV parte: “togliersi di mezzo”</title>
		<link>http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/01/25/sulla-depressione-iv-parte-togliersi-di-mezzo/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 10:32:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>drdedalo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi semiseri]]></category>

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		<description><![CDATA[“La terra non l’ereditiamo dai nostri padri, ma l’abbiamo in prestito dai nostri figli” Alce Nero, Capo Sioux   Il bell’articolo di Barbara Spinelli pubblicato su La Repubblica dell’11 gennaio mi dà lo spunto per un altro breve post sulla &#8230; <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/01/25/sulla-depressione-iv-parte-togliersi-di-mezzo/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=186&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><em>“La terra non l’ereditiamo dai nostri padri,<br />
</em><em>ma l’abbiamo in prestito dai nostri figli”<br />
</em>Alce Nero, Capo Sioux</p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align:justify;">Il bell’<a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/01/11/news/dignit_futuro-27904603/">articolo</a> di Barbara Spinelli pubblicato su La Repubblica dell’11 gennaio mi dà lo spunto per un altro breve post sulla depressione.</p>
<p style="text-align:justify;">Il presente non è vuoto; è pieno, abbondante, debordante. Uno dei motivi per cui non ce ne accorgiamo è perché, insieme al fiume di messaggi che arriva dai mezzi di comunicazione, molti, troppi, ci minacciano con lo spauracchio della scarsità e della miseria.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ strano che in un mondo in cui abbiamo davvero tutto e in cui il superfluo ci invade da ogniddove, siamo sempre più preoccupati da ciò che ci verrà a mancare.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma forse, come diceva Marx, non abbiamo altro da perdere che le nostre catene.</p>
<p style="text-align:justify;">E la domanda diventa: di cosa sono fatte oggi queste catene? L’articolo della Spinelli ne parla in termini storico-economici e mi trova completamente d’accordo. Ma a me tocca invece, visto il mio lavoro, una riflessione psicologica su questo argomento.</p>
<p style="text-align:justify;">Cosa continua a svuotare il mio presente e a mantenermi continuamente “consumante”? Cosa, parafrasando la Spinelli, mi porta a spendere oggi e a consumare subito invece di mettere nel futuro e “restituire ai miei figli e ai miei nipoti”?</p>
<p style="text-align:justify;">C’è una <em>mentalità del fare</em> che è psichica ma che è anche frutto dell’età della tecnica ed è un modo di vedere le cose che è, letteralmente, in grado di svuotare il presente. E’ l’idea che, appena si presenta un problema, appena intuisco un ostacolo alla mia (nostra) corsa sfrenata verso il futuro, <em>devo agire per eliminarlo</em>, toglierlo di mezzo, ristabilire quella pace che mi dà l’idea di non avere “un buco”, placare subito la mia fame, a volte prima ancora che mi venga, quando è ancora solo una minaccia, prevedendola e anticipandola.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo mi rende frenetico, iperattivo (anche se non sto veramente agendo) e sempre occupato in un problem solving che impegna gran parte delle mie energie. E’ come se si dovesse, sempre, inventare soluzioni per <em>correggere il presente</em>! Ma questo continuo e spesso inconsapevole sforzo non fa che svuotarlo. Se il Giardino di Psiche (cfr <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/18/sulla-depressione/">Sulla depressione</a>) comincia ad essere arido e vuoto <em>devo</em> riempirlo.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma facendolo perdo completamente di vista il presente e comincio, inevitabilmente, a depredare il futuro perché non sono più in grado di fermarmi e di progettare, smetto di proiettare in avanti se non per pre-occuparmi e, intravedendo “in là” solo problemi.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo stato mentale è deprimente e, allo stesso tempo, ansiogeno: mi fa sentire povero e mi costringe a cercare “qui e ora” qualcosa che riempia il vuoto. Ma il presente non è questa cosa che ci siamo abituati a percepire! O meglio, è <em>anche</em> questo, ma <em>questo</em>, questa modalità di proiezione, non è che uno dei modi con cui possiamo leggere la Realtà.</p>
<p style="text-align:justify;">C’è un altro modo, tuttavia, che riguarda più <em>l’essere</em> che il fare: è un sostare nel tempo presente accogliendo ciò che “qui e ora” ci è dato; a partire dal corpo e dai suoi sensi (e dal luogo in cui siamo) che, spesso, passa inosservato perché è filtrato dalle preoccupazioni e da quella corsa verso un futuro che pretendiamo pieno ma che ci sembra sempre più vuoto.</p>
<p style="text-align:justify;">Non ci accorgiamo che l’ansia, che come una nebbia nasconde ciò che ci circonda, è il frutto di un modo di guardare sbagliato. Dobbiamo imparare a <em>toglierci di mezzo</em>: abolire per un po’ quel consumatore ansioso che siamo diventati e fermarci per toglierci dalle spalle il peso del vuoto che il nostro stesso atteggiamento crea in continuazione.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ una modalità che un mio amico, parlando di letteratura e di “cultura”, ha definito il non-leggere (tutto attaccato o, volendo, con il trattino) e quello che una nostra amica, con una frase felice, ha descritto come: “…narrare storie che non muoiano, storie con cui ci conquistiamo il domani ogni volta in cui ci entriamo dentro e da cui giocoforza non vogliamo mai uscire…” (Mafe, <a href="http://blog.vanityfair.it/2011/12/lettura-la-fine-delle-fini/">Lettura: la fine delle fini</a>).</p>
<p style="text-align:justify;">E’ un modo di leggere e narrare il mondo che ci lascia protesi ed estatici, dimentichi di quella vuotezza dolorosa che il piccolo io consumatore-raccoglitore “mette lì” senza nemmeno accorgersene.</p>
<p style="text-align:justify;">Le storie che questa modalità produce esulano dalla dicotomia abbondanza-scarsità, proponendo un esercizio del tutto diverso: uno svuotamento selettivo della mente, una capacità di eliminare quei punti di vista che, con la pretesa del tutto e subito, esigono un appagamento istantaneo di desideri che non sono più nemmeno i nostri desideri.</p>
<p style="text-align:justify;">Provatelo! Fate uno dei miei esercizi preferiti. Scegliete un posto, va bene la natura ma ci si può accontentare di un parco o di una piazza e, invece di ascoltare quella brama che vi spinge a fare qualcosa, seguite il consiglio di quel maestro Zen che in una breve poesia scrisse:</p>
<p style="text-align:justify;" align="center"><em>“Gli uccelli sono svaniti nel cielo<br />
</em><em>e ora l’ultima nube corre via.<br />
</em><em>Sediamo insieme, la montagna e io,<br />
</em><em>finché resta solo la montagna”<br />
</em>Li Po</p>
<p style="text-align:justify;">L’avete fatto già, qualche volta, da bambini e mentre lo facevate non pensavate al futuro. Le nubi della preoccupazione svanivano e, alla fine, dopo esservi tolti di mezzo per un po’, avevate spazio per guardare avanti con quella capacità di progettare e di restituire al mondo che i bambini hanno.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ un buon antidoto, svuota il presente, ma per renderlo leggero e riempie il futuro. Non pretende di sconfiggere la crisi o di “far crescere la nazione” ma aiuta a decostruire quei pensieri che, a mio avviso, la crisi la creano impedendo ogni crescita.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/186/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=186&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Sulla depressione III parte: il diciottesimo cammello</title>
		<link>http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/01/18/sulla-depressione-iii-parte-il-diciottesimo-cammello/</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 10:46:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>drdedalo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi semiseri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://cronachedellabirinto.wordpress.com/?p=179</guid>
		<description><![CDATA[“Le ho detto tante volte, Watson, che lei vede ma non osserva!&#8221; Sherlock Holmes Parlavo in “Sulla depressione II parte: antidoti” del flusso di integrazione: quella funzione che ci permette di continuare a distinguere fra noi e il mondo e &#8230; <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/01/18/sulla-depressione-iii-parte-il-diciottesimo-cammello/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=179&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><em>“Le ho detto tante volte, Watson,<br />
</em><em>che lei vede ma non osserva!&#8221;<br />
</em>Sherlock Holmes</p>
<p style="text-align:justify;">Parlavo in “<a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/28/sulla-depressione-ii-parte-antidoti/">Sulla depressione II parte: antidoti</a>” del flusso di integrazione: quella funzione che ci permette di continuare a distinguere fra noi e il mondo e di “renderlo comprensibile” o, quantomeno, non troppo caotico e ingestibile.</p>
<p style="text-align:justify;">La capacità di integrare il mondo è alla base della coscienza e della <em>sintonizzazione</em> (cfr <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/09/21/cronaca-5-%E2%80%93-la-sintonizzazione/">Cronaca 5</a>). E’ infatti integrandoci e integrando che entriamo in relazione con le cose e con le persone. La stessa etimologia della parola integrare rimanda all’atto di “mettere insieme”, “unire per creare un intero”. Esser-ci nel  mondo è per ognuno di noi, in un certo senso, un’apertura: una capacità di far entrare e percepire dando un senso, una direzione al flusso delle cose che ci investe continuamente fin dalla vita intrauterina. Ciò che cogliamo del mondo e ciò che possiamo pensare del mondo e della nostra relazione con esso è ciò che definiamo realtà.</p>
<p style="text-align:justify;">Un giorno Heinz Von Foerster, uno dei padri della cibernetica, per rispondere ad una domanda di Umberta Telfner che gli chiedeva “che cos’è la realtà?”, raccontò la seguente storia: “Un prete islamico, un Mullah, sta cavalcando nel deserto quando vede tre uomini e dei cammelli in lontananza. Li raggiunge e li saluta, chiedendo loro la ragione di tanta tristezza. “Nostro padre è morto.” “Questo è molto triste, ma sicuramente Allah lo ha accettato. Vi deve avere lasciato qualcosa.” “Ci ha lasciato quello che possedeva, questi diciassette cammelli e ci ha chiesto di spartirli fra di noi. Il fratello più vecchio dovrebbe avere la metà dei cammelli, il secondo un terzo, e l’ultimo un nono. Abbiamo provato ma ci è risultato impossibile con diciassette cammelli.” Il prete comprende il problema, aggiunge il suo cammello e comincia a dividere: la metà di 18 è 9; un terzo è 6; un nono è 2. 9+6+2=17. A questo punto salta in groppa al suo cammello e si allontana.”. (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8834008987/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cronadellabir-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8834008987">Sistemi che osservano</a><img style="border:none!important;margin:0!important;" src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=cronadellabir-21&amp;l=as2&amp;o=29&amp;a=8834008987" alt="" width="1" height="1" border="0" />, pag. 49)</p>
<p style="text-align:justify;">Il diciottesimo cammello, quello aggiunto dal Mullah per mettere ordine e per rendere comprensibile una realtà altrimenti confusa, compie, su tale realtà, la stessa operazione che compie quella che potremmo chiamare una <em>proiezione creativa</em>: aggiunge al sistema quel tanto che necessita per renderlo osservabile.</p>
<p style="text-align:justify;">E se è vero che osservare è cogliere una differenza o, se vogliamo, compiere quel gesto che, estrapolando una figura dallo sfondo, ci permette di vederla, il diciottesimo cammello e la proiezione creativa sono azioni che permettono quell’aggiunta di sfondo che è necessaria alla comprensione.</p>
<p style="text-align:justify;">E’ quello che succede a volte in psicoterapia quando un’interpretazione del terapeuta permette di aggiungere senso alla visione che il paziente ha di se stesso e della propria vita. E’ questa iniezione di senso che permette alla coppia terapeutica di <em>osservare insieme</em> qualcosa che fino a quel momento era apparentemente inosservabile. Capita così che, durante una seduta, si riesca ad inserire “dall’esterno” dei significati e a comprendere insieme al paziente. Ogni interpretazione riuscita (non solo quelle dei terapeuti) è un “diciottesimo cammello”: qualcosa che rinforza il fiume dell’integrazione, rendendolo armonico e ricettivo, né rigido né caotico.</p>
<p style="text-align:justify;">Quando il flusso di integrazione si indebolisce spostandosi verso la sponda della rigidità, quello che succede alla nostra mente è una perdita di flessibilità: viene a mancare quella capacità di ordinare il mondo e di dargli un senso che, normalmente, ci permette di sentirci sufficientemente “forti” e padroni della situazione.</p>
<p style="text-align:justify;">Ci troviamo così nella stessa situazione in cui si trovavano i fratelli della storiella di Von Foerster: stiracchiamo la realtà nel tentativo di controllarla dimenticando ciò che dobbiamo aggiungere ad essa, ciò che continuamente aggiungiamo, quasi senza accorgercene, ogni volta che ci sentiamo in armonia e sintonizzati. E’ un quid più “intuitivo e sentimentale” che “solo razionale”.</p>
<p style="text-align:justify;">Questo implica che <em>prima di agire</em> e di re-agire nei confronti del mondo, è nostro compito osservare quali delle nostre convinzioni stiamo sovrapponendo alla realtà (i fratelli della storiella aggiungevano la propria rigidità e la propria <em>avidità di dividere</em> prima di cogliere la natura del problema).</p>
<p style="text-align:justify;">Molto spesso queste convinzioni non sono nient’altro che vecchi schemi del passato e: “Più abbiamo sofferto di umore depresso in passato, più saranno negative le immagini e le conversazioni interiori innescate dal nostro umore attuale e più la nostra mente sarà dominata da questi schemi. Ma a noi sembrano reali ora. Questi schemi… ci risultano familiari, ma invece di interpretare il senso di familiarità come un segnale che la mente sta ripercorrendo vecchi binari, <em>lo prendiamo come una indicazione della veridicità di tutti questi modi di sentire</em>.”. (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860303338/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cronadellabir-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860303338">Ritrovare la serenità</a><img style="border:none!important;margin:0!important;" src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=cronadellabir-21&amp;l=as2&amp;o=29&amp;a=8860303338" alt="" width="1" height="1" border="0" />, pag. 35)</p>
<p style="text-align:justify;">La mente è piena di considerazioni che sono l’opposto del diciottesimo cammello. Possiamo chiamarle <em>proiezioni distruttive</em>: vecchi schemi che sovrapponendosi alla realtà la rendono ostile, difficile, deprimente.</p>
<p style="text-align:justify;">Distinguere fra le nostre proiezioni è il modo per tenere fluente l’integrazione e per muoverci nel mondo usando il pensiero invece che venendo usati da esso.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/179/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=179&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Cronaca 9 &#8211; Eros e Thanatos I Parte</title>
		<link>http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/01/11/cronaca-9-eros-e-thanatos-i-parte/</link>
		<comments>http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/01/11/cronaca-9-eros-e-thanatos-i-parte/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 09:54:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>drdedalo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronache]]></category>

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		<description><![CDATA[“L’amore dimostra la sua vera natura allorchè educa” J.Hillman E’ come se nel labirinto fossero all’opera delle forze che sciolgono e coagulano intere porzioni del paesaggio. Ciò che è rilevante per alcuni di noi è, a volte, poco significativo per &#8230; <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/01/11/cronaca-9-eros-e-thanatos-i-parte/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=175&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><em>“L’amore dimostra la sua<br />
</em><em>vera natura allorchè educa”<br />
</em>J.Hillman</p>
<p style="text-align:justify;">E’ come se nel labirinto fossero all’opera delle forze che sciolgono e coagulano intere porzioni del paesaggio. Ciò che è rilevante per alcuni di noi è, a volte, poco significativo per altri: l’attenzione viene catturata da certi particolari e più il nostro focus si sofferma su un oggetto più quello sembra stagliarsi rispetto allo sfondo mentre il resto scompare.</p>
<p style="text-align:justify;">Succede così che quando ci innamoriamo di qualcosa o, più probabilmente, di qualcuno questi diventi <em>l’oggetto principale</em>, ciò che dà intensità al nostro sentire e che cattura continuamente la nostra mente.</p>
<p style="text-align:justify;">E, proprio come nella storia di Amore e Psiche, una volta che la mente è stata afferrata non abbandona la presa finchè… finchè non è stata trasformata dall’atto stesso di voler raggiungere e di desiderare ciò che considera l’oggetto del desiderio, ciò che la renderà appagata e finalmente realizzata.</p>
<p style="text-align:justify;">Non è un caso che Platone nel Simposio faccia dire a Socrate che Eros è figlio di Poros e Penia. Poros, infatti, è l’ingegno, l’espediente, ciò che la mente affila e affina per incidere sulla Realtà e per piegarla al proprio volere, mentre Penia è la povertà, il bisogno, ciò che ci spinge a cercare per riempirci e per colmare il vuoto che sentiamo dentro di noi.</p>
<p style="text-align:justify;">Narra il mito che il giorno della nascita di Afrodite gli dei diedero una festa e Poros, che vi era stato invitato, bevve così tanto del nettare che in quel banchetto veniva distribuito che cadde ebbro nel giardino di Zeus. Penia, che a quell’evento era andata, come suo solito, a mendicare, lo vide e approfittando del suo stato giacque con lui restando incinta. Dalla loro unione nacque Eros. Ed Eros se ne va in giro per il mondo “vestito di stracci” sempre alla ricerca di ciò che lo farà sentire intero, aguzzando l’ingegno per trovare il modo di raggiungere e “finalmente possedere”.<br />
Quando Psiche incontra Eros ne è pervasa e non può che esserne trasformata. E quando Eros incontra Psiche ne è <em>psichizzato</em>.</p>
<p style="text-align:justify;">Se guardiamo all’eros come ad un istinto (non è esattamente così ma è comodo, per il momento, guardare in questo modo) vediamo che mentre negli animali la spinta alla procreazione, all’aggregazione e al raggiungimento viene semplicemente agita, negli esseri umani questa stessa spinta può essere posticipata o spostata.</p>
<p style="text-align:justify;">Come dice Hillman, parafrasando Jung: “La psiche può domare le coazioni (oppure intensificarle), può posporre la scarica e spostare le mete di soddisfazione. Tutto ciò che sappiamo degli istinti in noi stessi è già passato attraverso processi di psichizzazione. Abbiamo soltanto quelle percezioni dell’istinto che sono state filtrate attraverso il prisma della nostra psiche.” (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8845908585/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cronadellabir-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8845908585">Il mito dell&#8217;analisi</a><img style="border:none!important;margin:0!important;" src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=cronadellabir-21&amp;l=as2&amp;o=29&amp;a=8845908585" alt="" width="1" height="1" border="0" />, pag. 47).</p>
<p style="text-align:justify;">In altre parole quando uno di noi <em>umani</em> sente una spinta verso un oggetto, quando mi accorgo di desiderare qualcuno o qualcosa, posso “muovermi verso”, protendermi, decidendo la velocità, l’intensità e il modo con cui mi avvicino all’oggetto. Posso osservare le sue reazioni: le piaccio?, accetta il mio corteggiamento?, come posso farmi vedere in modo che sia lei/lui a desiderarmi e ad invitarmi?</p>
<p style="text-align:justify;">Se fossi Pan, metà dio e metà capro, tutto si risolverebbe secondo Natura: la ninfa, intenta ad esprimere la propria innocenza, immersa nell’ambiente che la circonda, si accorge di me e ne rimane terrorizzata, fugge in preda al panico, ma non ha scampo… la raggiungo e “la conosco” unendomi così all’oggetto del mio desiderio. Ma siamo umani e, anche se ciò che è rimasto in noi dell’istinto richiede appagamento, possediamo una psiche: non ci muoviamo più semplicemente secondo Natura, la psiche modula e rende <em>estetiche</em> le nostre azioni; tutto è più complesso: Eros e Psiche si muovono insieme e devo tener conto di una quantità di altre variabili… invece di inseguirla e possederla mi toccherà scriverle un sonetto!</p>
<p style="text-align:justify;">Sotto tanti punti di vista è una fortuna (soprattutto per la ninfa) e comunque, da che mondo è mondo, per noi umani le cose stanno così: in noi anche uno degli istinti più fondamentali, raggiungere ciò che ci piace o, psicoanaliticamente, “massimizzare il piacere e minimizzare il dolore”, è mediato da una funzione che rende complesso il nostro agire e sottopone l’hybris, la volontà di potenza, alla temperanza e alla Cultura.</p>
<p style="text-align:justify;">Ogni selva è per l’essere umano “giardino”.<br />
E come dice P.Sloterdijk: “I giardini sono aree recintate nelle quali le piante incontrano le arti. Essi rappresentano ‘culture’ nel senso non compromesso della parola. Chi entra nei giardini dell’Umano si imbatte negli spessi strati di azioni regolate, interiori ed esteriori, dotate di una tendenza a fungere da sistema immunitario al di là dei sostrati biologici.” (Devi cambiare la tua vita, pag. 16).<br />
La psiche è, allo stesso tempo, sia il sistema immunitario che il giardino. Continuamente spinta e fecondata da Eros ne modula le istanze e “tiene conto dell’esterno”.</p>
<p style="text-align:justify;">Ognuno di noi senza questo sistema immunitario si muoverebbe come perso nella vita senza la possibilità di trasformare gli istinti di base (nutrizione, procreazione, aggressività e fuga) in quello che Jung definì “il creativo”. In chi è dotato di psiche (chissà forse anche qualche animale lo è): “L’aggressività può essere l’analogo della ‘pulsione all’attività’ di Jung e la fuga l’analogo della ‘riflessione’ che è, come egli dice, una <em>reflexio</em>, un ‘ripiegare’, allontanandosi dallo stimolo, un volgersi all’interno, allontanandosi dal mondo e dall’oggetto e volgendosi a immagini ed a esperienze psichiche (<em>scrivo il sonetto perché riesco a riflettere rivolgendomi all’interno invece di agire semplicemente d’istinto</em>).” (Il mito dell’analisi, pag. 47 e corsivi fra parantesi miei).</p>
<p style="text-align:justify;">E così nel labirinto della psiche, nel giardino, Eros danza una danza che non è più il semplice muoversi della volontà verso ciò che mi piace ma, piuttosto, un tener conto dell’altro, un necessario entrarne in relazione.</p>
<p style="text-align:justify;">Fino all’inibizione, a volte, e alla sottomissione a quel “principio di realtà” che nell’uomo spinge a “fare ciò che è giusto” piuttosto che semplicemente “fare ciò che mi piace”.<br />
E, in noi, non è dato eros senza che sia data psiche e viceversa.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma che ne è della distruttività? Che ne è dell’altra forza? Se è vero che l’eros aggrega, avvicina e coagula fra di loro gli uomini che, come animali sociali, sono in grado di organizzarsi, di collaborare e di costruire dei legami; se è vero che la psiche, spinta dall’affinità e dall’amore, ha costruito il giardino che la rappresenta, che ne è di tutte quelle spinte che invece disgregano, disfano, allontanano e fomentano l’odio e la divisione?</p>
<p style="text-align:justify;">Be’… Eros ha un fratello: una sorta di ombra o di altra faccia della medaglia. Thanatos (morte in greco) più che il contrario di Amore ne è in qualche modo la controparte. Nei miti che ne parlano questo archetipo è a volte visto come figlio della notte e fratello di Hypnos, il sonno, altre volte come una forza primigenia che nasce nella notte dei tempi e insieme ad Eros informa continuamente la vita e, necessariamente, la psiche.</p>
<p style="text-align:justify;">I  miti non vanno presi alla lettera. Sono piuttosto dei modi per dar conto e per narrare di forze che intuiamo nel profondo della nostra anima e nelle pieghe della realtà.<br />
Dire che Thanatos è il fratello di Eros è dire che in ognuno di noi, di fianco ad una pulsione di vita (aggregare, unire, coagulare, connettere, amare, far parte…) c’è una pulsione di morte (disgregare, disgiungere, combattere, annichilire, odiare…).</p>
<p style="text-align:justify;">Già Empedocle, uno dei presocratici, parlava dell’eterna lotta fra <em>philia</em> (amore, amicizia) e <em>neikos</em> (odio, discordia). Freud prende esplicitamente a prestito da questo filosofo quando, teorizzando quella che chiamò Pulsione di Morte, disse: “Il nostro interesse si accentra su quella dottrina di Empedocle che si avvicina talmente alla dottrina Psicoanalitica delle pulsioni, da indurci nella tentazione di affermare che le due dottrine sarebbero identiche se non fosse per un’unica differenza: quella del filosofo è una fantasia cosmica, la nostra aspira più modestamente a una validità biologica. I due principi fondamentali di Empedocle – philia (amore, amicizia) e neikos (discordia, odio) – sia per il nome che per la funzione che assolvono, sono la stessa cosa delle nostre due pulsioni originarie Eros e Distruzione.” (Freud, Analisi terminabile e interminabile, 1937).</p>
<p style="text-align:justify;">Per Freud queste pulsioni sono sempre accoppiate, come a dire che a fianco del desiderio di vita che ci spinge ad esplorare e a raggiungere, c’è un desiderio di morte che tende a stabilizzarci e a mineralizzarci, a placare ogni spinta portandoci verso una forma di esistenza inorganica.</p>
<p style="text-align:justify;">Personalmente preferisco la descrizione che di queste tendenze dà Hillman: “Eros è anche una faccia di Thanatos, racchiude entro di sé la morte (la componente inibitoria che tiene a freno la vita) e conduce la vita nell’invisibile regno psichico “al di sotto” e “al di là” della semplice vita, dotandola di significati conferiti all’anima dalla morte.” (Il mito dell’analisi, pag. 38).</p>
<p style="text-align:justify;">Una descrizione delle forze all’opera nella psiche che si basi solo sulla vitalità prescindendo dalla tendenza alla stasi e all’annullamento delle tensioni, sarebbe monca.<br />
Occorre guardare Eros vedendolo anche come portatore di morte.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma per una singola cronaca può bastare.<br />
Nella prossima continuerò con alcuni brevi cenni sulla danza che entrambe queste <em>potenze</em> svolgono nel giardino di psiche.</p>
<p style="text-align:justify;">Lascio però, come un esercizio alla fine di questa, il link (eros collega e associa) all’<a href="http://www.silviaronchey.it/materiali/HillmanTuttoLibri29102011.pdf" target="_blank">intervista</a> che Hillman ha rilasciato sul letto di morte a Silvia Ronchey. Mi sembra che in essa si possa cogliere quanto questo autore abbia tentato fino all’ultimo di affrontare socraticamente la vita e la morte.</p>
<p style="text-align:justify;">Come egli ebbe a dire nel 1972, quando aveva 46 anni, parlando della morte del grande filosofo greco: “La sua morte non è stata contrastata dal suo diamon. La morte è stata piuttosto l’espressione finale dell’unione realizzata fra eros e psiche, l’atto finale del suo processo costruttivo – distruttivo, la sua testimonianza del fare anima, comprovata dalla sua fede nell’immortalità della psiche e dall’effetto esemplare su chi gli era vicino.” (Il mito dell’analisi, pag. 88).</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/175/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=175&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Profezie in saldo</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 13:37:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>drdedalo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi semiseri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://cronachedellabirinto.wordpress.com/?p=168</guid>
		<description><![CDATA[“I fatti contano infinitamente meno delle loro descrizioni.” U.Galimberti Apprendo dal TG del mattino, quando la mia guardia è ancora bassa e non ho ancora ben posizionato i “filtri” grazie ai quali integro il mondo in cui porto avanti la &#8230; <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/01/04/profezie-in-saldo/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=168&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><em>“I fatti contano infinitamente meno<br />
</em><em>delle loro descrizioni.”<br />
</em>U.Galimberti</p>
<p style="text-align:justify;">Apprendo dal TG del mattino, quando la mia guardia è ancora bassa e non ho ancora ben posizionato i “filtri” grazie ai quali integro il mondo in cui porto avanti la mia vita (cfr ultimo post), che secondo Codacons i saldi quest’anno andranno molto peggio dell’anno scorso.</p>
<p style="text-align:justify;">Si parla, infatti, di: “…una media individuale di spesa di solo 110 euro mentre solo il 40% delle famiglie potrà approfittare dei saldi. Il risultato sarebbe un calo del 30% rispetto alle vendite dell’anno scorso.”.</p>
<p style="text-align:justify;">La notizia entra insieme ad altre più o meno neutre, più o meno ansiogene, ma si ferma da qualche parte e mi ritrovo a pensarci sopra e a pormi delle domande qualche ora dopo: ma come hanno fatto a prevederlo?, hanno scelto un campione e incaricato degli impiegati perché sottoponessero ad una intervista telefonica un certo numero di soggetti?, come hanno scelto il campione?, quanto è attendibile?&#8230; ma soprattutto: a chi serve questa <em>previsione</em>?, siamo sicuri che debba essere previsto un simile dato?, è davvero una notizia utile visto che comunque sono state investite delle risorse per giungere alla sua formulazione?</p>
<p style="text-align:justify;">Mi rendo conto che queste domande esulano completamente dal mio campo: sono sicuro che ci sono alcune considerazioni economiche e sociali che mi sfuggono e che rendono questa informazione utile. Per quel che ne so non me la sento nemmeno di escludere che ci sia qualcuno nei “mercati finanziari” che è pronto a scommetterci sopra e a comprare o vendere azioni che sono in qualche modo, più o meno lontanamente, collegate alla “prossima campagna di saldi”.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma c’è un punto che è assolutamente pertinente alla mia professione e che mi spinge a scrivere e a ragionare sull’argomento: una notizia di questo tipo può facilmente diventare una <em>profezia che si autoavvera</em>, una considerazione riguardo al futuro che una persona o un gruppo di persone fa e che, per il fatto stesso di essere stata formulata, è in grado di autoavverarsi. A livello socio-economico uno dei casi più evidenti di profezia che si autoavvera si verifica quando un gruppo di investitori si convince che, per qualche motivo, le azioni di una società crolleranno e, precipitandosi a venderle, ne causa il crollo.</p>
<p style="text-align:justify;">In psicologia clinica ci imbattiamo in questo stesso fenomeno ogni volta che, osservando dal di fuori il comportamento di un paziente, ci rendiamo conto di quanto le sue aspettative influenzino non solo il suo comportamento ma anche quello delle persone che lo circondano. Nella paranoia, ad esempio, è evidente a tutti tranne che alla persona che è in preda al delirio di persecuzione, quanto il vedere nemici da tutte le parti, lo stare sulle difensive e il “guardare in cagnesco” ogni possibile avversario, renda l’ambiente del paziente <em>davvero</em> maldisposto nei suoi confronti.</p>
<p style="text-align:justify;">Come disse il sociologo William Thomas: “Se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse sono reali nelle loro conseguenze.”. Non importa se la mia profezia è vera o falsa; se io comincio a ritenerla reale mi comporterò di conseguenza e questo <em>creerà</em> delle conseguenze che a loro volta si ripercuoteranno sulla mia opinione rinforzandola, ecc.</p>
<p style="text-align:justify;">Ecco perché le descrizioni del mondo e dei “fatti” che nel mondo accadono sono spesso più influenti dei fatti stessi.</p>
<p style="text-align:justify;">Sono le convinzioni e le opinioni che, negli uomini, determinano le azioni e quindi i fatti e, mentre nelle scienze che studiano il mondo inanimato si può e si deve prescindere dalle opinioni per osservare il “nudo evento”, nelle cosiddette scienze umane occorre prestare grande attenzione a ciò che le persone pensano e a ciò che sono indotte a pensare.</p>
<p style="text-align:justify;">E nell’informazione la descrizione dei fatti è, ovviamente, il punto cruciale. Come dice Galimberti: “L’informazione è una parola che non sta al suo posto, perché nel mondo dei media l’informazione è <em>costruzione</em>… Oggi il mondo accade perché lo si comunica e il mondo comunicato è l’unico che abitiamo. Prima dei piccoli spot che interrompono i film, c’è questo grande spot che è l’accadimento del mondo in vista della comunicazione. Non più un mondo di fatti e <em>poi</em> l’informazione, ma un mondo di fatti <em>per</em> l’informazione.” (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8807815273/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cronadellabir-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8807815273">Idee: il catalogo è questo</a><img style="border:none!important;margin:0!important;" src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=cronadellabir-21&amp;l=as2&amp;o=29&amp;a=8807815273" alt="" width="1" height="1" border="0" />, pag. 212).</p>
<p style="text-align:justify;">Ogni volta che siamo informati lo siamo nel senso che tendiamo a “prendere la forma” che ciò che ci viene comunicato modella nelle nostre menti.</p>
<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2012/01/04/profezie-in-saldo/"><img src="http://img.youtube.com/vi/H6YirLYhOxI/2.jpg" alt="" /></a></span>
<p style="text-align:justify;">Per l’economia sarà importante (forse) vedere come va questa campagna di saldi. Ma se vogliamo psicologizzare, e oltre alla dicotomia “abbondanza – scarsità” ci interessa anche la categoria psicologica “consapevole – inconsapevole”, dovremmo chiederci quali idee ci hanno fatto agire: avrei rovesciato il vaso se non  mi avessero detto di stare attento?, avrei comprato se non mi avessero detto che altri avrebbero comprato, o viceversa?</p>
<p style="text-align:justify;">Quali idee ci stanno vendendo? Quali abbiamo già comprato a scatola chiusa e in saldo?</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/168/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=168&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
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		<title>Sulla depressione II parte: antidoti</title>
		<link>http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/28/sulla-depressione-ii-parte-antidoti/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 09:09:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>drdedalo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi semiseri]]></category>

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		<description><![CDATA[“Chi cerca esseri umani troverà acrobati” P.Sloterdijk Cosa dovrebbe cambiare per far sì che il cambiamento non ci travolga? Alla fine dell’ultimo post ponevo questa domanda con lo scopo di tener aperta la riflessione sulla capacità di sopravvivere senza deprimersi &#8230; <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/28/sulla-depressione-ii-parte-antidoti/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=162&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><em>“Chi cerca esseri umani<br />
troverà acrobati”<br />
</em>P.Sloterdijk</p>
<p style="text-align:justify;">Cosa dovrebbe cambiare per far sì che il cambiamento non ci travolga?</p>
<p style="text-align:justify;">Alla fine dell’ultimo post ponevo questa domanda con lo scopo di tener aperta la riflessione sulla capacità di sopravvivere senza deprimersi in un mondo che cambia velocemente e nel quale le vecchie strategie di adattamento sembrano destinate a fallire.</p>
<p style="text-align:justify;">“Una teoria sulla depressione è che la capacità del cervello di cambiare in risposta all’esperienza si è bloccata”. E’ quanto sostiene D.Siegel parlando di una sorta di rigidità in quello che definisce “fiume di integrazione”: il lavoro che la mente svolge per leggere e assimilare il continuo flusso di informazioni che arrivano “dal mondo” e che, se non fossero integrate, rischierebbero di sommergerci.</p>
<p style="text-align:justify;">Il fiume di integrazione è, insomma, una sorta di incanalamento delle percezioni, qualcosa che avviene fra “l’interno e l’esterno” e che ci permette di continuare a distinguere fra noi e il mondo e di scegliere, via via, le risposte che diamo a determinati stimoli. La mente svolge continuamente questa funzione senza la quale la realtà verrebbe percepita come un insieme caotico e incomprensibile di stimoli. Grazie all’integrazione riusciamo invece a dare un senso al mondo che ci circonda e, per usare la metafora dell’ultimo saggio, a camminare nel giardino senza considerarlo una giungla troppo pericolosa o, all’opposto, trovarlo scontato e noioso.</p>
<p style="text-align:justify;">“Il canale centrale del fiume è il flusso in continuo cambiamento dell’integrazione e dell’armonia. Un argine del flusso è il caos, l’altro la rigidità. Caos e rigidità sono le due sponde del fiume dell’integrazione. Talvolta ci muoviamo verso la sponda della rigidità – ci sentiamo bloccati. Altre volte ci accostiamo al caos – la vita ci appare imprevedibile e fuori controllo. Ma in generale quando ci sentiamo a nostro agio ci muoviamo lungo il sentiero tortuoso dell’armonia, il flusso integrato di un sistema flessibile. Percepiamo qualcosa di familiare, ma non ci sentiamo presi in trappola da esso. Viviamo sulla soglia dell’ignoto e abbiamo il coraggio di muoverci in acque nuove e mai solcate prima.” (D.Siegel, Mindsight, pag.83)</p>
<p style="text-align:justify;">Tutto questo quando le cose funzionano, quando riusciamo a mantenere armonioso il flusso: state leggendo perché state integrando…. altrimenti le parole sul video diventerebbero un insieme insensato di segni e sareste sul versante del caos…. se, invece, vi spostaste verso la rigidità, potreste fissarvi su una singola parola…. chiedervi se “integrazione” è davvero il termine giusto per definire quello che state facendo…. spendere ore a rimuginare sulla vostra incapacità di leggere la realtà.</p>
<p style="text-align:justify;">Chi fa il mio lavoro sa bene che gli attacchi di panico sono un fallimento dell’integrazione e una deriva verso il caos (un’incapacità improvvisa e terrorizzante di continuare a muoversi agevolmente nella vita); mentre la depressione è un vero e proprio intrappolamento nella rigidità (una caduta in una serie di opinioni negative e troppo severe su se stessi che sono in grado di trasformare la tristezza in una vera e propria paralisi, in un’immobilità rimuginante e senza via di uscita).<br />
In entrambi i casi “il cambiamento ci travolge”: nel panico il mondo diventa caotico, nella depressione la realtà si trasforma in una triste prigione.</p>
<p style="text-align:justify;">E se è vero che, in parte, potremmo accusare il mondo di essere sempre meno integrabile e sempre più illeggibile, è altrettanto vero che dobbiamo cercare in noi la risposta al problema e poi, eventualmente, applicarla al mondo.<br />
Alla fine dell’ottocento e all’inizio del secolo scorso la Psicoanalisi teorizzò un modo per rompere il “loop della colpa” e per liberare i pazienti dai legacci di un giudizio troppo rigido su se stessi. L’analista diventava per il paziente una sorta di padre più comprensivo e meno severo di quello interiorizzato; una figura che gli permetteva di indagare la propria psiche senza sentirsi né condannato né assolto ma, piuttosto, ascoltato e capito.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma oggi? Come fare ora che, come dice il filosofo Galimberti, siamo passati da una società basata sulla disciplina a una ossessionata dall’efficienza e dalla performance?</p>
<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/28/sulla-depressione-ii-parte-antidoti/"><img src="http://img.youtube.com/vi/yggg_qyJFcI/2.jpg" alt="" /></a></span>
<p style="text-align:justify;">Credo che un buon antidoto sia, innanzitutto, quello di chiedersi “Cosa c’è al polo opposto della depressione?”: fino alla metà del secolo scorso bastava essere disciplinati e seguire certe regole condivise di comportamento per non essere depressi – bastava studiare, avere un buon lavoro, fare il proprio dovere, mettere su famiglia…; ma oggi il contrario della depressione non è più la disciplina: è sempre più difficile trovare un posto in cui “limitarsi a svolgere il proprio dovere”; lo stesso concetto di disciplina sembra obsoleto… cosa devo essere, oggi, per non essere depresso?</p>
<p style="text-align:justify;">Basta riflettere un po’ per capire che la risposta non può essere “adeguato e performante”: sarebbe infatti come rispondere che il modo per uscire dalla trappola è quello di entrarci. Più cercheremo di adeguarci e di avere tutte le carte in regola più l’integrazione fallirà spostandosi verso la sponda della rigidità. Avere tutto sotto controllo è una strategia perdente quando il terreno sul quale ci si muove è in continuo movimento.</p>
<p style="text-align:justify;">L’esercizio <em>deve</em> essere un altro e deve puntare ad un cambiamento più sostanziale, qualcosa che promuova una modifica dello stile e una trasformazione del nostro modo di percepire il mondo.</p>
<p style="text-align:justify;">Credo che quello che Galimberti definisce Radicalizzare la Domanda sia un buon antidoto al male di cui soffriamo.</p>
<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/28/sulla-depressione-ii-parte-antidoti/"><img src="http://img.youtube.com/vi/OzpYFbBKSWM/2.jpg" alt="" /></a></span>
<p style="text-align:justify;">Quella di cui soffriamo oggi non è la stessa depressione di cui si soffriva cinquant’anni fa e le domande con cui ci interroghiamo su di essa non possono essere le stesse. Il soggetto che vive la depressione non è più lo stesso.</p>
<p style="text-align:justify;">Se è il mondo in cui sono immerso che riesce a rendermi costantemente inadeguato e depresso, dovrò chiedermi: “Cosa può immunizzarmi da questo mondo?”, “Su quali idee devo interrogarmi e quali idee mi vengono imposte?”, “Chi continua ad alzare l’asticella e come fa ad ottenere il mio accordo?”.</p>
<p style="text-align:justify;">Sono domande che di solito non ci poniamo. Ma è incominciando a porcele che possiamo rompere il circolo vizioso che ci porta a rispondere con una performance ad ogni richiesta.<br />
Allargare le domande e renderle più profonde per pensare diversamente e per trovare dentro di noi le risposte invece di rispondere sempre al mondo.</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/162/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=162&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Sulla depressione</title>
		<link>http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/18/sulla-depressione/</link>
		<comments>http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/18/sulla-depressione/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 18 Dec 2011 14:51:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>drdedalo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi semiseri]]></category>

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		<description><![CDATA[“Non ha rispetto per il mondo chi tenta di controllare il proprio destino.” J.Hillman Intravedo in una rassegna stampa del mattino (e poi vado a cercare on line) un articolo dell’Avvenire dal titolo: “Salute, italiani sempre più depressi”. Vi si &#8230; <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/18/sulla-depressione/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=155&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><em>“Non ha rispetto per il mondo<br />
</em><em>chi tenta di controllare<br />
</em><em>il proprio destino.”<br />
</em>J.Hillman</p>
<p style="text-align:justify;">Intravedo in una rassegna stampa del mattino (e poi vado a cercare on line) un articolo dell’Avvenire dal titolo: “Salute, italiani sempre più depressi”.</p>
<p style="text-align:justify;">Vi si cita la Relazione sullo Stato Sanitario del Paese da cui si evince che: “Gli italiani sono sempre più depressi. Almeno, stando al consumo di antidepressivi, che ha conosciuto un vero boom nell’ultimo decennio: se nel 2001 si consumavano 16,2 dosi giornaliere ogni mille abitanti; nel 2009 questa cifra è più che raddoppiata, salendo a 34,7 dosi… I dati dell’Osservatorio Nazionale evidenziano che il consumo di antidepressivi nell’ultimo decennio ha avuto un incremento medio annuo del 15,6%.” (Fonte: Avvenire.it, 13.12.2011).</p>
<p style="text-align:justify;">Ora, a parte il fatto che il maggior uso di antidepressivi non significa, automaticamente, un aumento nel numero di depressi: potrebbe, infatti, essere cambiato qualcosa nei criteri in base ai quali si diagnostica una depressione, potrebbe essere (come è) che i farmaci vengano prescritti anche per altri disturbi diversi dalla depressione (gli Attacchi di Panico e anche il Disturbo Ossessivo Compulsivo “rispondono bene” quando trattati con i cosiddetti SSRI, un tipo di antidepressivi). A parte questo, dico, la mia idea è che, ogni volta che si parla della psiche della persona, occorra, innanzitutto, psicologizzare.<br />
Occorre cioè chiedersi, restando in questo esempio e su questo argomento, cosa rende gli italiani più depressi?, cosa è cambiato in loro e intorno a loro o nell’interfaccia fra loro e il mondo in questi ultimi dieci anni?, e cosa è cambiato nella psiche dei medici e dei terapeuti che diagnosticano i disturbi e che suggeriscono o prescrivono le cure?</p>
<p style="text-align:justify;">Più di dieci anni fa, durante una Lectio Magistralis che James Hillman tenne presso l’Università di Torino, mi capitò di chiedergli cosa ne pensasse del boom di antidepressivi che, già allora, cominciavano ad essere somministrati con maggior frequenza.</p>
<p style="text-align:justify;">La prima risposta che mi diede mi spiazzò: disse che, prima di tutto, occorreva chiedersi dove andavano a finire tutti i soldi che sarebbero girati intorno al “Blue Mood”, la tristezza, la depressione, il mal di vivere. Poi, dopo avere un attimo scherzato su quanto possa essere fruttuoso trasformare ogni sintomo e ogni stato d’animo in una malattia, tornò all’argomento della lezione che, ricordo, era sulla Psiche, sull’opportunità di personificare certe tendenze dell’animo umano, guardandole come dei veri e propri personaggi che popolano il nostro mondo interiore, e sulla necessità di allargare i nostri confini e di “uscire dal cranio” diventando consapevoli del fatto che la psiche non è solo dentro la nostra testa ma “tutto intorno a noi”.</p>
<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/18/sulla-depressione/"><img src="http://img.youtube.com/vi/mF2PhOYheFM/2.jpg" alt="" /></a></span>
<p style="text-align:justify;">Questa è una delle tesi fondamentali del pensiero di Hillman e, dal mio punto di vista, anche uno degli antidoti più efficaci contro la depressione.</p>
<p style="text-align:justify;">Sono infatti convinto che, ad esclusione forse dei casi più gravi (le Depressioni Maggiori o Endogene) tanti dei disturbi depressivi abbiano la loro origine proprio in una “chiusura”: una sorta di rigidità che ci separa dal mondo rendendoci sempre più soli e sempre meno in contatto.</p>
<p style="text-align:justify;">Questa continua distanza, questo isolamento da “tutto il resto” non fa che aumentare l’egocentrismo e la paura. E più diventiamo preda della paura più cerchiamo di difenderci e di aumentare il nostro controllo su ciò che ci circonda. Ma il controllo, a sua volta, non fa che aumentare la rigidità perché, in un mondo sempre più “liquido” e complesso, l’idea di controllare l’esterno trincerandosi nelle proprie posizioni è destinata a fallire (vedi <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8842087467/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cronadellabir-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8842087467">Bauman</a><img style="border:none!important;margin:0!important;" src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=cronadellabir-21&amp;l=as2&amp;o=29&amp;a=8842087467" alt="" width="1" height="1" border="0" />).</p>
<p style="text-align:justify;">Questo è il significato della frase di Hillman che ho messo nell’incipit: non rispettare il mondo è, in questo senso, tentare di piegarlo al mio volere, sempre e comunque. E’ un mito e un ideale che ha funzionato fino a poco più della metà del secolo scorso: il mito dell’uomo eroico che piega al proprio volere un mondo che è ancora da esplorare e da trasformare.</p>
<p style="text-align:justify;">Quei tempi sono finiti: qualcosa nel mondo è andato avanti più velocemente delle nostre menti e, ora, sta cambiandole.<br />
Continuare a separare il dentro dal fuori, credere che le persone soffrano di attacchi di panico o di depressione senza tener presente che il mondo è impanicante e deprimente, significa perpetrare una scissione fra individuo e mondo che ormai non spiega più la complessità del “giardino” in cui siamo immersi.</p>
<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/18/sulla-depressione/"><img src="http://img.youtube.com/vi/me9qWBw515E/2.jpg" alt="" /></a></span>
<p style="text-align:justify;">Come è cambiato il giardino negli ultimi tempi e cosa è cambiato nel nostro sguardo? Ma, soprattutto: cosa dovrebbe cambiare per far sì che il cambiamento non ci travolga?</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/cronachedellabirinto.wordpress.com/155/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=155&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La doppia descrizione. Un &#8220;facile&#8221; esercizio.</title>
		<link>http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/11/la-doppia-descrizione-un-facile-esercizio/</link>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 11:35:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>drdedalo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Saggi semiseri]]></category>

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		<description><![CDATA[“La più ricca conoscenza dell’albero comprende sia il mito sia la botanica” G.Bateson Dire, come ha più volte ribadito G.Bateson, che “due descrizioni sono meglio di una” è, innanzitutto, tenere in considerazione il modo in cui noi umani siamo fatti: &#8230; <a href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/12/11/la-doppia-descrizione-un-facile-esercizio/">Leggi l'articolo completo <span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=cronachedellabirinto.wordpress.com&amp;blog=23137732&amp;post=146&amp;subd=cronachedellabirinto&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="right"><em>“La più ricca conoscenza<br />
dell’albero comprende<br />
sia il mito sia la botanica”<br />
</em>G.Bateson</p>
<p style="text-align:justify;">Dire, come ha più volte ribadito G.Bateson, che “due descrizioni sono meglio di una” è, innanzitutto, tenere in considerazione il modo in cui noi umani siamo fatti: non abbiamo un’unica mente e un unico stile di pensiero: quando ci accostiamo ad un argomento o ad un oggetto, sempre lo guardiamo da “almeno due punti di vista”. Quando, ad esempio, ascoltiamo una comunicazione (ma anche quando la emettiamo) una parte di noi è attenta al contenuto e un’altra si accorge, quasi sotto al livello della normale coscienza, della musicalità, del tono e della punteggiatura con cui le parole fluiscono.</p>
<p style="text-align:justify;">Lo stesso succede con l’apprendimento, quella facoltà che ha la nostra mente di assimilare l’esterno e, per dirla parafrasando Piaget “di far sì che quando il coniglio  mangia una carota sia questa a trasformarsi in coniglio e non viceversa”. La parte di mente con cui abbiamo appreso la nostra lingua madre non è la stessa con cui ci accingiamo a studiare una lingua straniera e solo nei momenti in cui, faticosamente, riusciamo a riusare quella parte di mente che ha imparato a parlare, ci accorgiamo di quanto apprendere un linguaggio sia più una questione di “assorbimento” che di “grammatica”.</p>
<p style="text-align:justify;">Chi fa il mio lavoro sa bene che non basta far capire una cosa ad una persona o convincerla della forza delle nostre argomentazioni per far sì che questa persona cambi il proprio comportamento (cfr il saggio semiserio “<a title="Avere ragione" href="http://cronachedellabirinto.wordpress.com/2011/08/21/avere-ragione/">Avere ragione</a>”).</p>
<p style="text-align:justify;">Chi di voi fumava ed è riuscito a smettere sa che la parte che va convinta non è quella che ragiona ma quella che desidera!</p>
<p style="text-align:justify;">E allora… allora ecco un facile esercizio che spiega a quella parte più intuitiva e assorbente che cos’è una doppia descrizione.</p>
<p style="text-align:justify;">Si prenda una buona definizione, tipo quella di <em>Mente</em> che Daniel J.Siegel dà nel suo libro “<a href="http://www.amazon.it/gp/product/886030380X/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=cronadellabir-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=886030380X">Mindsight</a><img style="border:none!important;margin:0!important;" src="http://www.assoc-amazon.it/e/ir?t=cronadellabir-21&amp;l=as2&amp;o=29&amp;a=886030380X" alt="" width="1" height="1" border="0" />”: “La mente umana è un processo relazionale e incarnato che regola il flusso di energia e di informazione”.<br />
E’ una definizione sintetica e, allo stesso tempo, completa; una parte della nostra mente riflettendoci può sentire che è appropriata e può ragionarci apprezzandone la puntualità e l’accuratezza.</p>
<p style="text-align:justify;">La mente implica un flusso di energia e di informazione: regoliamo energia perché ogni volta che compiamo un gesto, per quanto piccolo, siamo in grado di modularne la forza, l’intensità, la durata. Usiamo energia per muoverci, per pensare, per guardare e per distribuire l’attenzione. Ed è lavorando su quest’ultima che gestiamo il continuo flusso di informazioni in cui siamo immersi dalla vita prenatale fino ad oggi. La mente monitora e modifica questi flussi di energia e di informazione e lo fa “abitando” tutto il corpo grazie al sistema nervoso che, in questo momento è in grado di controllare la condizione del nostro piede sinistro mentre, al contempo, decifra i segni che gli occhi osservano trasformandoli in parole sensate e in frasi compiute… ecc.<br />
Ed è, infine, un processo relazionale perché è creata nelle relazioni ed è <em>sempre in relazione</em> proprio come in questo momento in cui voi leggete qualcosa che io ho scritto.</p>
<p style="text-align:justify;">A questo punto dell’esercizio possiamo fermarci e osservare quanto la nostra mente possa essere in accordo con una definizione che la riguarda direttamente.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma passiamo alla prossima descrizione. Si consideri la seguente poesia:</p>
<p style="text-align:justify;">Io sono l&#8217;Angelo della realtà,<br />
intravisto un istante sulla soglia.<br />
Non ho ala di cenere, né di oro stinto,<br />
né tepore d&#8217;aureola mi riscalda.<br />
Non mi seguono stelle in corteo,<br />
in me racchiudo l&#8217;essere e il conoscere.<br />
Sono uno come voi, e ciò che sono e so<br />
per me come per voi è la stessa cosa.<br />
Eppure, io sono l&#8217;Angelo necessario della terra,<br />
poiché chi vede me vede di nuovo<br />
la terra, libera dai ceppi della mente, dura,<br />
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto<br />
monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare<br />
in sillabe d&#8217;acqua; come un significato<br />
che si cerchi per ripetizioni, approssimando.<br />
O forse io sono soltanto una figura a metà,<br />
intravista un istante, un&#8217;invenzione della mente,<br />
un&#8217;apparizione tanto lieve all&#8217;apparenza<br />
che basta che io volga le spalle,<br />
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso?</p>
<p style="text-align:justify;">W.Stevens, da <em>Angel surrounded by paysans</em></p>
<p style="text-align:justify;">Una poesia va letta due o tre volte e… lascia un’impressione.<br />
Questa l’ho scelta perché in alcuni punti è sovrapponibile alla definizione di cui ho poc&#8217;anzi scritto.</p>
<p style="text-align:justify;">Ciò che sono e so per me come per voi è la stessa cosa / la continua gestione dell’incredibile flusso di informazioni che la mente processa ora, in questo momento, è ciò che ora “sto essendo” e ciò che sarò fra poco ecc.</p>
<p style="text-align:justify;">Chi vede me vede di nuovo la terra, libera dai ceppi della mente, / chi osserva il procedere del proprio flusso di coscienza vede, dopo un po’, quanto la mente legge più o meno fissamente le cose; si accorge di quanto ogni volta che riflettiamo e che osserviamo noi stessi nell’atto di pensare ci liberiamo, uscendo per un attimo, dal flusso di pensiero, lo riconsideriamo, siamo in grado di dirigerlo, ecc…</p>
<p style="text-align:justify;">O forse questa poesia e questa definizione sono soltanto figure a metà, intraviste per un istante sulla soglia / l’una senza l’altra definisce solo in parte un processo che non può che non potrà mai essere completamente definito  e che va guardato e riguardato per poter essere colto “procedendo a tentoni e cogliendo con la coda dell’occhio”…</p>
<p style="text-align:justify;">Forse la poesia e la definizione non si assomigliano, ci sono tante differenze, una non contiene l’altra che è troppo vasta; eppure in certi punti sembrano collimare e… forse sovrapposte servono per vedere diversamente…</p>
<p style="text-align:justify;">Ecco la doppia descrizione! E questo è un facile esercizio: allena due parti di mente (potremmo chiamarle l’analitica e la poetica) e le sovrappone e le mette in comunicazione e, se lo fate bene, sentite qualcosa che scricchiola un po’ e poi si allarga come se si sgranchisse…<br />
Potete andare avanti a farlo, rileggere la poesia e lasciarla lì, da qualche parte della mente a riecheggiare.</p>
<p style="text-align:justify;">I vostri commenti sulla riuscita di questo esercizio saranno utili e apriranno la strada ad altri post su questo argomento.</p>
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